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In pochi anni 259 morti da selfie, l’annegamento la prima causa
L’età media delle vittime è di 23 anni, metà in India
Cybersicurezza, primo semestre 2018 peggiore di sempreAgisce come criminalità organizzata
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Nel mondo tra il 2011 e il 2017 ci sono stati almeno 259 ‘morti per selfie’, persone cioè che hanno perso la vita per incidenti mentre cercavano di scattarsi una foto ‘estrema’. A fare il conto è stato uno studio pubblicato dal Journal of Family Medicine and Primary Care dell’All India Institute of Medical Sciences.
Lo studio è stato attraverso ricerche sul web con parole chiave come ‘morte per selfie’ incidente selfie’ o ‘mortalità selfie’, e hanno trovato informazioni su 137 incidenti in tutto il mondo, che hanno fatto appunto 259 vittime, tra ottobre 2011 e novembre 2017. L’età media delle vittime, quasi tre quarti delle quali erano maschi, è risultata di 22,9 anni. Il numero più alto di morti è stato riportato dall’India, che ha quasi metà degli incidenti, seguita da Russia, Usa e Pakistan. La maggior parte delle persone, 70, è morta per annegamento, mentre la seconda causa più frequente è risultato l’incidente con un mezzo di trasporto, in maggioranza dovuto a persone che scattavano selfie vicino a treni. Fra le altre cause di morte segnalate ci sono cadute, incendi, scosse elettriche e persino, in otto casi, animali. “Servirebbero delle aree ‘no selfie’ nelle zone turistiche – concludono gli autori – specialmente in posti come corsi d’acqua, picchi e edifici alti, per diminuire l’incidenza di queste morti”.
– Una crescita dei cyber attacchi del 31% rispetto al semestre precedente, 730 attacchi gravi registrati e analizzati. Sono i dati della nuova edizione del Rapporto Clusit, presentata al Security Summit di Verona. “Il 2018 si appresta a battere il triste primato dello scorso anno definito l’anno del salto quantico della cyber-insicurezza. Il primo semestre è stato il peggiore di sempre”, dicono gli esperti. Il picco maggiore a febbraio, con 139 attacchi: è il valore mensile in assoluto più alto negli ultimi 4 anni e mezzo.Nei primi sei mesi del 2018 il cybercrime è stato la causa dell’80% degli attacchi informatici a livello globale, risultando in crescita del 35% rispetto all’ultimo semestre 2017. Rispetto ai sei mesi precedenti considerati dal Rapporto ad aumentare del 69% le attività riferibili al cyber spionaggio.
E c’è una crescita a tre cifre nel settore Automotive (+200%); in ambito Research-Education (+128%); segue il settore Hospitability: hotel, ristoranti, residence hanno subito da gennaio a giugno 2018 il 69% di attacchi in più rispetto agli ultimi sei mesi dello scorso anno. In decisa crescita anche i crimini nei settori Sanità (+62%), Istituzioni (+52%), nei servizi Cloud (+52%) e nel settore della consulenza (+50%).
Cybercrime, agisce come criminalità organizzataNon solo: gli attacchi informatici “dimostrano la capacità e la determinazione degli attaccanti, che puntano a massimizzare il risultato economico con un approccio tipico della criminalità organizzata”, lo dice Andrea Zapparoli Manzoni, uno degli autori del Rapporto Clusit. La categoria che cresce di piu’ in senso assoluto è quella degli attacchi ‘Multiple Targets’ (18% del totale a livello globale), in aumento del 15% rispetto ai sei mesi precedenti. Sono attacchi gravi compiuti in parallelo dagli stessi aggressori a numerose organizzazioni.È il “malware semplice”, un software dannoso prodotto industrialmente a costi sempre decrescenti, il vettore di attacco più utilizzato (40% del totale degli attacchi). Questa tecnica segna un incremento del 22% nei primi sei mesi di quest’anno rispetto al 2017. “E sconcertante che la somma delle tecniche di attacco più banali, come il phishing e il malware semplice, rappresenti oggi ancora il 61% del totale – aggiunge Andrea Zapparoli Manzoni – Significa che gli aggressori riescono a realizzare attacchi di successo contro vittime teoricamente strutturate con relativa semplicità e a costi molto bassi, oltretutto decrescenti. E questa è una delle considerazioni più preoccupanti tra quelle che emergono dalla nostra ricerca”.
Ransomware e Cryptominers, compresi nella categoria, rappresentano oggi il 43% del “malware semplice” utilizzato dai cybercriminali. In particolare, i Cryptominers, virus che generao valute digitali all’insaputa degli utenti, quasi inesistenti fino al 2016, sono stati utilizzati nel primo semestre dell’anno nel 22% degli attacchi realizzati tramite malware (erano il 7% nel 2017). Superano di poco i Ransomware (+21%), virus che prendono in ostaggio i dispositivi e per riottenere i dati bisogna pagare un riscatto. Negli attacchi sono inoltre sempre molto utilizzate, secondo gli esperti del Clusit, anche le tecniche di Phishing e Social Engineering, in aumento del 22% nei primi sei mesi del 2018. [print-me title=”STAMPA”]
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