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Google: abuso dati su iPhone, stop a class action in Gb
Alta Corte conferma violazione, ma chiude caso. ‘Danni incerti’
Attacco a Facebook, dati sul dark web in vendita a 3 euroSi stima che nostra intera vita digitale valga più di 800 euro
Fake news raggiungono ancora milioni di utentiStudio, è attivo 80% profili che le diffusero in elezioni Usa
Microsoft, stop all’aggiornamento Windows 10Una volta installato cancella i dati personali degli utenti
Mano robot sensibile per scaffali supermarketSensori misurano la stretta, partner le due Università di Napoli
Violò il sito della Nasa, indagato hacker italiano 25ennePolizia postale, intrusioni anche in 60 pagine istituzionali
Arriva Facebook Portal, per le videochiamatePer ora solo negli Usa, si comanda con assistente Alexa
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Google evita una nuova raffica di potenziali indennizzi agli utenti in Gran Bretagna, dopo essere stata costretta a sborsarne negli Usa e altrove. L’Alta Corte d’Inghilterra e Galles ha infatti rigettato oggi l’azione legale per potenziali 3 miliardi di sterline di danni avanzata a nome dei possessori britannici di iPhone da Richard Lloyd, già a capo di ‘Which?’, un’associazione per la tutela dei consumatori.
Il caso riguardava ancora una volta la questione dell’abuso dei dati dei clienti che utilizzavano il browser Safari con gli smartphone Apple, innescando a loro insaputa un meccanismo attraverso il quale essi venivano automaticamente esposti alla possibilità di essere bersagliati da inserzionisti pubblicitari.
Secondo Lloyd e i suoi avvocati, come riporta il Financial Times, con questo sistema di cessione dati Google avrebbe messo a rischio la privacy di 4,4 milioni d’utenti nel solo Regno Unito, condividendo dettagli sulla loro provenienza sociale ed etnica, sulla loro sessualità, sulle opinioni politiche e sulle passioni sportive o d’altro genere. Se il ricorso fosse stato accolto, si sarebbe trattato del primo caso modello ‘class action’ americana intentato sull’isola contro il colosso tecnologico californiano. Ma il giudice Mark Warby, pur bollando come “scorretto” il comportamento di Google, ha archiviato tutto per mancanza di prove sugli eventuali danni concreti subiti dagli utenti e per la dichiarata impossibilità di stimare in modo affidabile il numero di persone coinvolte.
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A poco più di una settimana dall’attacco hacker che ha colpito Facebook e messo a rischio almeno 50 milioni di profili, i dati frutto di quel bottino sono già in vendita sul dark web e a prezzi bassi: circa 3 euro a persona.
A fare la scoperta il sito The Independent, che ha notato nei mercati sotterranei del web – una parte di Internet accessibile solo con determinati software – annunci che offrono agli acquirenti i dati personali degli utenti di Facebook per un minimo di 3 dollari. Se sfruttati dai criminali informatici, i dati potrebbero essere utilizzati per commettere furti di identità o ricattare gli utenti del social network. La testata riporta anche una recente ricerca della società Money Guru, non legata all’ultimo hackeraggio a Facebook, che fa una valutazione generale al mercato nero del web della nostra identità digitale, che si aggirerebbe intorno agli 850 euro.
Secondo The Independent, gli account compromessi con l’attacco a Facebook sono in vendita ad una cifra compresa tra i 3 e i 12 dollari, è possibile acquistarli solo utilizzando valute digitali come i bitcoin. Se venduti singolarmente a questi prezzi, stima la testata, il valore dei dati rubati sul mercato nero sarebbe compreso tra 150 e 600 milioni di dollari.
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Le fake news raggiungono ancora milioni di utenti su Twitter. Secondo uno studio, l’80% dei profili che hanno diffuso notizie false prima delle elezioni Usa dell’8 novembre 2016 sono ancora attivi e pubblicano più di un milione di tweet al giorno. La ricerca è della John S. and James L. Knight Foundation, che ha analizzato più di 10 milioni di tweet e retweet inviati prima e dopo le elezioni.
Lo scopo della ricerca, spiega l’introduzione, è stato studiare l’evoluzione dell’ecosistema delle fake news a partire da novembre del 2016. I tweet che diffondevano bufale o messaggi cospiratori pubblicati nel mese precedente alle elezioni erano stati oltre 6,6 milioni. La situazione tuttavia pare non essere migliorata nei mesi a seguire: nel solo periodo compreso tra marzo e aprile 2017 sono stati inviati 4 milioni di tweet relativi a notizie false.
E soprattutto, sottolinea lo studio, gli account responsabili della diffusione delle fake news sono sempre gli stessi: più dell’80% di quelli rilevati nel periodo pre elezioni sono ancora attivi e, appunto, pubblicano oltre un milione di tweet al giorno. Per la precisione, il 65% delle fake news è riconducibile a 10 siti principali. Secondo le stime basate sul machine learning, il 33% dei siti più seguiti tra quelli rilevati come promotori di disinformazione sarebbero bot, o account automatizzati.
A fine settembre Facebook, Twitter e Google hanno stretto un accordo con la Commissione Europea per ridurne la presenza di fake news, specialmente in vista delle elezioni europee di maggio 2019.
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Microsoft sospende l’aggiornamento di ottobre del suo sistema operativo Windows 10. Sembra che, una volta installato, cancelli alcuni dati e file di malcapitati utenti.
“Abbiamo sospeso la distribuzione dell’October 2018 Update per Windows 10 (versione 1809) per tutti gli utenti mentre indaghiamo sulle segnalazioni isolate ricevuti da utenti che lamentano la perdita di file a seguito dell’aggiornamento”, si legge sulla pagina di supporto dell’azienda per l’October Update.
Questo aggiornamento aveva presentato in precedenza altri problemi, come l’incompatibilità con i più recenti processori di Intel.
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Una mano robot sensibile per allestire scaffali nei supermercati, precisa e delicata come quella di un essere umano, ma infaticabile come una macchina. Si chiama Refills e mira ad introdurre le tecnologie robotiche nel settore della “in-store logistics”, ovvero sostituire le attività ripetitive e alienanti del commesso nei supermercati per quanto riguarda il monitoraggio dei prodotti sugli scaffali. Ma la sua sensibilita’ le fa ambire un nuovo ruolo: quello di strumento nella robotica medica in sala operatoria.
Il progetto REFILLS (Robotics Enabling Fully Integrated Logistic Lines for Supermarkets), partito a gennaio 2017 per una durata di 42 mesi, vede come partner industriali Kuka (Germania), Intel (Irlanda) e Swisslog (Svizzera), come utente finale dm Drogerie Market (Germania) e come partner accademici italiani come la Vanvitelli, l’Università di Napoli Federico II e l’Università di Brema (Germania). Per l’Università della Campania il gruppo di robotica è composto da Giuseppe De Maria, Ciro Natale e Salvatore Pirozzi oltre allo studente di dottorato Marco Costanzo e diversi tesisti della Laurea Magistrale in Ingegneria Informatica.
Il robot potrà riempire gli scaffali di qualunque altezza in due modalità: una collaborativa e una autonoma. Nella prima il robot assiste il commesso indicando la posizione corretta di collocazione del prodotto e nella seconda il robot esegue il riempimento in modo autonomo. Il progetto, spiega Giuseppe De Maria, ordinario del Dipartimento di Ingegneria dell’Università Vanvitelli, è finanziato nell’ambito del programma H2020 della Comunità Europea. La dimostrazione dell’efficacia dell’approccio perseguito è avvenuta anche in occasione dell’esposizione internazionale IROS 2018 a Madrid dal 1 al 5 ottobre.
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A violare il sito della Nasa nel 2013, sfruttando alcune falle del sistema per sostituire la home page, fu un ragazzino italiano appena ventenne. Lo hanno scoperto gli investigatori della Polizia Postale al termine di una lunga indagine coordinata dalla procura di Brescia che ha portato all’iscrizione nel registro di un disoccupato di Salò, che oggi ha 25 anni e che ha ammesso il suo ruolo e le sue responsabilità. Le accuse nei suoi confronti sono di accesso abusivo e danneggiamento a sistema informatico.
Il ragazzo riuscì ad hackerare otto domini collegati alla Nasa e a sostituire la pagina d’accesso del sito dell’agenzia spaziale italiana con una falsa. Un colpo che lui stesso ha rivendicato sui social come appartenente al ‘Master italian hacker team’, una comunità già nota per aver realizzato in passato diversi attacchi a vari siti istituzionali. Proprio quella rivendicazione lo avrebbe però tradito: gli investigatori del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche (Cnaipic) della Polizia Postale sono infatti riusciti a ricostruire il percorso seguito per realizzare l’attacco e ad individuare il venticinquenne. Nel corso della successiva perquisizione, gli agenti della Postale di Milano hanno acquisito diverso materiale informatico che ha consentito non solo di attribuirgli l’attacco al sito della Nasa ma anche le intrusioni in quelli di una sessantina di istituzioni ed enti italiani: tra questi quello della Polizia Penitenziaria, della Rai e di diverse province della Toscana. Messo davanti alle evidenze raccolte dagli investigatori, il venticinquenne ha ammesso le sue responsabilità.
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Dopo Amazon, Google e Apple anche Facebook si lancia nella casa ‘smart’. Arriva negli Stati Uniti Portal, un dispositivo da salotto, disponibile in due versioni, con cui si possono fare videochiamate ma anche ascoltare musica e vedere video. Entrambi si comandano con Alexa, l’assistente vocale di Amazon.
Informazioni e privacy per gli annunci di TwitterIl modello di base ha una diagonale da 10 pollici, più o meno quella di un iPad; la variante Plus ha invece uno schermo da 15 pollici. Saranno disponibili a novembre, rispettivamente al prezzo di 199 e 349 dollari.Portal ha una videocamera che può essere disabilitata così come il microfono. E si può impostare un codice di accesso per mantenere lo schermo bloccato. La novità rappresenta una importante incursione di Facebook nel segmento dell’hardware dopo lo sfortunato tentativo del 2013 in collaborazione con il produttore di smartphone Htc e quello, finora di successo, dei visori per la realtà virtuale Oculus. Il lancio era previsto da tempo ma, secondo indiscrezioni di Bloomberg del marzo scorso, era stato rimandato dopo lo scandalo cambridge Analytica per non creare un ulteriore dibattito sulla conservazione dei dati personali. [print-me title=”STAMPA”]
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