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Realtà virtuale aiuta scienziati isolati
Servirà anche per i futuri astronauti
Da cicala mare nuovi occhi auto autonomePermettono di vedere ostacoli da una distanza 3 volte maggiore
Maker Faire, hi-tech guardi a 50enni’La prossima sfida per i maker è tradurre tecnologie complesse’
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SYDNEY
– Il personale scientifico della base antartica australiana di Mawson ha iniziato a usare con successo la realtà virtuale per
aiutare ad affrontare i mesi di isolamento, in un progetto di ricerca che potrà essere usato per gli astronauti del futuro. L’Australian Antarctic Division sta collaborando con il Dartmouth College del New Hampshire in Usa per studiare come la realtà virtuale può aiutare a mantenere la salute mentale. Il medico capo dell’Antarctic Division, Jeff Ayton, scrive sul sito dell’ente che una missione in Antartide è simile a una spedizione spaziale. “L’Antartide è un ambiente isolato, confinato ed estremo, dove il confinamento è tra i più lunghi al mondo. Nella stazione Mawson passano fino a nove mesi prima che si possa uscire e il personale soffre di reale in isolamento e in condizioni rischiose”. Le scene di realtà virtuale sono di spiagge australiane, di ambienti naturali e urbani in Europa e in Nord America. “Servono a riportarli alla realtà, a dar loro il senso di essere in uno spazio differente dall’isolamento del biancore e del silenzio dell’Antartide”, spiega Ayton. Vi sono altri moduli del programma che trattano di gestione dei conflitti, dello stress e dell’umore, ai quali si può accedere fuori rete.
Il programma aiuterà a informare i ricercatori della Dartmouth College, che potranno utilizzarlo per missioni di lungo termine nello spazio. L’astronauta, medico e docente del Dartmouth College, Jay C. Buckley aggiunge che la realtà virtuale aiuta a essere immersi con il massimo realismo in differenti ambienti naturali. “Vi sono evidenze che l’esposizione alla natura, che noi tutti amiamo e cerchiamo, abbia una funzione ristoratrice e può aiutare ad alleviare lo stress, e probabilmente può migliorare l’attenzione de le funzioni mentali della persona”, aggiunge Buckley. “Non vi sono molte persone che vivono in ambienti impegnativi, isolati e confinati come in Antartide, quindi le informazioni che ricaviamo sono di valore perché ci dice come uno strumento come questo sia usato in questo genere di ambiente”.
– I nuovi ‘occhi’ per le auto autonome saranno presi in prestito dai più complessi ed efficienti finora noti nel mondo animale: quelli della cicala di mare. Le telecamere ispirate a loro, infatti, permettono di riconoscere ostacoli e pericoli da una distanza tre volte maggiore e riescono a “vedere” molto meglio in condizioni luminose difficili, come nel passaggio da un tunnel buio alla piena luce del Sole o in caso di nebbia. Le nuove telecamere sono state realizzate da ricercatori dell’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign guidati da Missael Garcia, che hanno pubblicato i loro risultati sulla rivista Optica.
“La nostra nuova telecamera bioispirata è la dimostrazione che la natura offre un sacco di soluzioni interessanti da cui possiamo prendere spunto per realizzare i sensori di prossima generazione”, commenta Garcia. “In un recente incidente che ha coinvolto un’auto a guida autonoma, la macchina non è riuscita a individuare un camion perché il suo colore e l’intensità della luce si confondevano con quelli del cielo sullo sfondo”, spiega Viktor Gruev, uno dei ricercatori. “La nostra telecamera può risolvere questo problema perché le sue caratteristiche le rendono molto più facile distinguere oggetti simili allo sfondo”.
Oltre alle applicazioni per le auto autonome, i ricercatori stanno anche esplorando altri campi: la telecamera potrebbe essere utilizzata in medicina per individuare le cellule tumorali, che riflettono la luce in modo diverso dai tessuti sani, e anche nell’esplorazione oceanica. Infatti mentre i sistemi Gps non funzionano sott’acqua, la telecamera ispirata alla cicala di mare è in grado di sfruttare il modo in cui la luce solare si diffonde nell’acqua per calcolare in modo accurato le coordinate di posizione.
– Il mondo dell’hi-tech, e dei maker in particolare, deve guardare non solo ai bambini, ma anche agli adulti, che senza una familiarità con le nuove tecnologie rischiano di essere tagliati fuori dal mondo del lavoro. Lo ha detto il curatore della Maker Faire Rome, Massimo Banzi, co-fondatore e presidente di Arduino, durante la conferenza di apertura della manifestazione capitolina.
“Esiste un forte interesse nell’insegnare la tecnologia, il coding, ai bambini, ma dobbiamo insegnare anche ai 50enni”, ha affermato Banzi. Per i maker – gli ‘artigiani digitali’ – la prossima sfida è “tradurre le tecnologie complesse in tecnologie semplici per le persone adulte. Dobbiamo trovare gli strumenti per lavorare in quella fascia. L’impatto che avrebbe – ha concluso – sarebbe molto importante”. [print-me title=”STAMPA”]
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