MATTHEW CARUANA GALIZIA
“Mia madre era la prima donna editorialista di Malta. Ha rotto molti confini e ha scritto di cose che la gente non aveva mai scritto nella società conservatrice di Malta, e questo ha fatto arrabbiare molte persone. Nessuno degli attacchi prima del suo omicidio è riuscito a fermarla. Dovevano andare mettere una bomba, usare l’opzione nucleare, era l’unica cosa che potevano fare per fermarla”. Matthew Caruana Galizia è al Festival di giornalismo di Perugia per ricordare la Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese, uccisa in un attentato nell’ottobre 2017, che ha portato alla luce la corruzione nel suo paese, anche da parte di esponenti governativi. Reporter affermato anche lui, nel 2018 ha deciso di lasciare il suo precedente impiego per continuare a lavorare sul caso intorno all’assassinio della madre. “Non abbiamo mai pensato che qualcuno potesse piazzare una bomba nella macchina di mia madre – ha detto -, ma nel momento in cui ho sentito l’esplosione non è stata una sorpresa, ho capito immediatamente di cosa si trattava”. Ora segue le indagini sull’omicidio.
“Sono state organizzate fin dall’inizio per essere infruttuose”, ha attaccato, criticando l’operato della polizia, che ha dichiarato di avere scarse risorse a disposizione per indagare sul riciclaggio di denaro sporco, definendola “corrotta, codardo e complice”. Matthew Caruana Galizia ha lavorato, come giornalista e ingegnere informatico, per cinque anni presso l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), dove ha fondato l’Unità Dati e Ricerca nel 2014. Il lavoro principale dell’Unità sui Panama Papers, che ha supportato le indagini di centinaia di giornalisti in tutto il mondo, ha portato la squadra di Caruana Galizia a vincere il Pulitzer nel 2017. Il reporter ha messo a punto una sorta di vademecum per consentire ai familiari dei giornalisti assassinati.
“La politica – afferma – usa la stessa sceneggiatura dappertutto per garantirsi l’impunità e bloccare la giustizia. È molto difficile combattere contro i governi, come dimostra anche il caso di Anna Politkovskaja”. Secondo Caruana Galizia, il primo passo è chiedere aiuto, al Consiglio d’Europa, ad esempio, che non ha potere giudiziario ma può far avviare indagini su eventuali complicità dello stato. I giornalisti – argomenta – tendono a isolarsi, ma è importante che abbiano una vita familiare realizzata. Devono poi provare a creare un dibattito all’interno di un governo ostile, perché è composto anche da persone possono mettersi in discussione. Il giornalista deve allontanarsi dal proprio lavoro, se necessario, e sfruttare le istituzioni come fanno gli attivisti. “La crisi che stiamo affrontando a Malta, Cipro, in Polonia e Ungheria è una crisi dello stato di diritto – aggiunge Caruana Galizia -. Se il giornalista investigativo è bravo e collabora a livello globale, i governi lo attaccano puntando alle folle e ai social media. La guerra va combattuta contro i governi che violano i diritti umani per indebolire lo stato di diritto, le forze di polizia, la magistratura e chiunque pur di garantirsi l’impunità”. [print-me title=”STAMPA”]
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