(di Massimo Ricci)
(ANSA) – ROMA, 20 OTT – La strage è nota come pure la
vittima, il piccolo Stefano Gaj Taché, due anni. Il luogo è
altamente simbolico: il Tempio maggiore di Roma, le
responsabilità materiali in parte sono state scoperte, in parte
restano ancora sepolte nei faldoni polverosi dei segreti di
stato o delle relazioni internazionali. Le responsabilità morali
ed il contesto in cui il crimine è maturato meritano intanto un
supplemento di indagine. Di questa esigenza si sono presi carico
Massimiliano Boni e Roberto Coen scrivendo UNA FERITA ITALIANA?
9 OTTOBRE 1982: ATTENTATO ALLA SINAGOGA DI ROMA (Salomone
Belforte editore 326 pagine).
Il testo, con una puntuale prefazione dello storico
piemontese Alberto Cavaglion ed una postfazione dello storico
dell’ebraismo italiano ed europeo Riccardo Calimani, ripercorre
con continui flash back e rimandi all’attualità l’attentato, con
interviste e contributi dei protagonisti, dalle vittime ferite
nell’attacco terroristico (40 persone) ai rappresentanti delle
istituzioni della comunità. “Di quella stagione che concludeva
gli anni del terrorismo – è scritto già nelle prime pagine –
l’attentato rappresenta un punto di svolta, che è anche un punto
di arresto. Negli anni successivi qualcosa comincia a cambiare”.
Ma in quel momento, ricordano gli autori, “la rabbia e
l’esasperazione erano ai massimi livelli” tanto che il movimento
culturale degli studenti ebrei scrive di getto e
provocatoriamente in un volantino di ringraziare “la stampa: La
Repubblica, L’unità, Paese Sera, Il Messaggero, Il Corriere
della Sera, l’Avanti, Il Manifesto, Panorama e L’Espresso” per
il clima di demonizzazione di Israele e di totale schieramento a
favore del mondo arabo-palestinese.
La protesta cita e ringrazia ironicamente anche i politici,
dal Presidente della Repubblica ai vari ministri, in primis
quello degli Interni per una sottovalutazione del rischio dopo
gli attentati ad altri luoghi di culto degli ebrei in Europa e
pochi giorni prima a Milano. L’accoglienza riservata ad Arafat
poco prima ha portato la tensione tra la comunità ed il resto
della cittadinanza alle stelle. Un evento esterno all’Italia, la
guerra in Libano, ha contribuito ad esacerbare gli animi e a
riportare a galla sentimenti di antisemitismo e di opposizione
alla politica di Israele che dopo il dopoguerra sembravano
definitivamente superati. Si apre quindi una ferita ancora prima
del sangue versato nel piazzale davanti al Tempio, simbolo della
riconquistata emancipazione nel bimillenario rapporto di Roma
con la presenza ebraica.
Una presenza continua che non ha eguali e di cui il libro
ripercorre brevemente gli sviluppi principali, incontrando come
punto di snodo negli anni Settanta il ruolo assunto dall’Olp di
Arafat e la posizione in politica estera nei confronti dei paesi
arabi che gli autori e gli storici in genere riconducono al
cosiddetto ‘lodo Moro’, lo statista ucciso dalla Brigate Rosse
nel 1978 che nel suo ruolo di presidente del Consiglio nel 1967,
parlando alle Nazioni Unite, inserisce “la questione palestinese
nell’agenda della politica estera italiana in maniera
permanente”.
Una riconciliazione necessaria con la città di Roma diventa
quindi necessaria e viene raggiunta nel 2007, quando l’allora
sindaco Walter Veltroni inaugura la nuova intestazione alla
piccola vittima dell’attentato della piazza prospiciente la
Sinagoga. Un ulteriore passaggio di questa suturazione si deve
alla presidenza della Repubblica, sottolinea Boni, nelle persone
di Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Quest’ultimo, nel
discorso di insediamento del primo mandato, afferma infatti che
“il nostro paese ha pagato più volte in un passato non troppo
lontano il prezzo dell’odio e dell’intolleranza. Voglio
ricordare un solo nome: Stefano Gaj Taché, rimasto ucciso nel
vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma. Aveva solo due
anni. Era un nostro bambino, un bambino italiano”. (ANSA).