“Ecologia, migrazione, il valore di salvare vite umane, la guerra che sfida l’Europa, ma anche preghiera e il dialogo ecumenico” sono alcuni dei temi che si affronteranno a Roma al trentaseiesimo evento interreligioso, nello Spirito di San Francesco di Assisi, dal titolo ‘Il grido della pace’ promosso dalla Comunità di Sant’Egidio che si terrà dal 23 al 25 ottobre.
L’evento, che si realizzerà presso “La Nuvola” nel quartiere romano dell’Eur, vedrà riuniti i grandi leader religiosi tra cui il card. Matteo Zuppi, il rabbino di Francia Haim Korsia, il segretario della Lega Mondiale islamica, Al Issa, insieme a giovani testimoni della tragedia della guerra in Ucraina e rappresentanti dei movimenti popolari. Ma anche esponenti del mondo politico-istituzionale quali il presidente italiano Sergio Mattarella, il francese Emmanuel Macron e Mohamed Bazoum del Niger, un paese chiave per il contrasto al jihadismo e il transito di migranti, in un interessante momento di confronto Africa-Europa.
A chiudere l’evento sarà Papa Francesco che insieme ai leader religiosi di tutto il mondo, reciterà la preghiera dei cristiani per la pace, per la prima volta all’interno del Colosseo. “Il comandamento della pace è inscritto nel profondo delle religioni, la diversità delle religioni non giustifica l’inimicizia, ma le religioni sono al servizio della pace – Sottolinea Papa Francesco – Incoraggio i credenti a pregare per la pace, a non rassegnarsi alla guerra. Porre fine alla guerra è dovere dei leader politici davanti a Dio. Dio riterrà responsabili coloro che non hanno cercato la pace e hanno fomentato tensioni e guerre”.
I tentativi diplomatici con esponenti politici di alcuni paesi del mondo per aprire un tavolo di dialogo e speranza per fermare la guerra per ora non hanno dato risultato. Papa Francesco, da sempre portatore di una pace manifestata fermamente nei suoi discorsi e durante i suoi diversi viaggi apostolici, si fa garante di un’istanza universale comune a tutto il genere umano. “Chiedo in nome di Dio… fermate questa follia della guerra!” esortando a costruire nuovi orizzonti per un mondo migliore, a partire dalle proprie realtà quotidiane, spiegando che “non esistono conflitti giusti” o “preventivi”. – Nel suo ultimo libro, quasi nel decimo anno dall’inizio del suo pontificato, considera inoltre la persistenza fra noi del conflitto come il vero fallimento della politica”.
Nell’Angelus del 2 ottobre del 2022 si è rivolto agli attori di questa guerra fratricida, se pur con toni calibrati, mettendo in luce la gravità della situazione in Ucraina e chiedendo in maniera molto ferma di porre fine alle ostilità, che rappresentano il focolaio di un conflitto su scala mondiale.
Il vescovo di Roma si è rivolto in primo luogo al Presidente della Federazione Russa “implorandolo di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte” ma anche invitando il Presidente dell’Ucraina ad essere “aperto a proposte serie per la pace”.
Davanti alla guerra e alla pace non ci si può rassegnare, bisogna fare di tutto, soprattutto alla luce della possibile minaccia nucleare. Francesco durante la canonizzazione di Giovanni Battista Scalabrini e Artemide Zatti aveva sottolineato l’importanza di giungere alla pace. L’invito arriva a 60 anni dalla crisi dei missili a Cuba dove si era sfiorato il pericolo di una guerra nucleare, e facendo riferimento a fatti del passato ricorda che “non possiamo dimenticare il pericolo di guerra nucleare che proprio allora minacciava il mondo. Perché non imparare dalla storia? Anche in quel momento c’erano conflitti e grandi tensioni, ma si scelse, in fine, la via pacifica”.
Roberto Zuccolini, giornalista e portavoce della Comunità di Sant’Egidio
Abbiamo incontrato Roberto Zuccolini, giornalista e portavoce della Comunità di Sant’Egidio, che ha un lungo percorso sull’impegno per la pace. Ma in questi ultimi anni le guerre non sono cessate. Come si fa a costruire la Pace?
In questi ultimi anni le guerre non sono cessate mai, ma si può dire che nella storia purtroppo le guerre ci sono sempre state. In Europa abbiamo vissuto un lungo periodo di pace, più di 70 anni, pertanto la guerra in Ucraina ci fa piombare indietro, nell’incubo del passato della seconda Guerra Mondiale. La pace ha retto per anni in virtù dell’intesa e dell’impegno siglati tra gli Stati dopo il secondo conflitto mondiale. Sciaguratamente ora tutto questo si è rimesso un po’ in discussione. Come si fa a costruire la pace? Si fa arrivando, anche a fatica, a incontrare gli uomini e le donne che la fanno, perché la pace è fatta da uomini e donne che fanno la guerra stessa. Se non si capiscano le ragioni dei conflitti e da dove cominciare per riaprire il dialogo è difficile costruire la pace.
Papa Francesco ha ripetuto in più occasioni che “La guerra è una mancanza di dialogo”. Come si fa a prevenire i conflitti?
Proprio facendo dialogare le parti prima che scoppi il conflitto, questo sarebbe l’ideale. Arrivare a parlare di pace solo dopo la conclusione di un conflitto, con un vincitore e un vinto è un’idea arcaica. Dico arcaica perché la guerra sembra a un certo punto inevitabile quando le tensioni salgono di livello e di tono. Non dimentichiamo che nel passato erano in vigore legislazioni che consideravano la schiavitù come un fatto normale. Adesso sfido chiunque, anche gli Stati più repressivi, a esaltare la schiavitù. Allora perché non possiamo decidere, un giorno, di bandire la guerra nella comunità internazionale? Le liti e la divergenza di punti di vista tra persone, che avvengono per qualche motivo anche serio, sono all’ordine del giorno. Ma perché risolvere questo arrivando alle armi? Allora la prima cosa sarebbe appunto dare spazio al dialogo, quello che Papa Francesco ripete in più occasioni, e che sta promovendo soprattutto in questi giorni di fronte al conflitto in Ucraina.
Come pacificare i signori della guerra?
Bisogna capire le ‘regioni’ e non ragioni degli uni e degli altri. Capire quali sono le origini e i motivi e ripartire da quel poco che magari può essere comune tra le parti che sono in conflitto. Faccio l’esempio della guerra civile in Mozambico: la comunità di Sant’Egidio proprio 30 anni fa ha portato avanti per 27 mesi una trattativa, in un conflitto difficilissimo, che durava da 16 anni, e che aveva già fatto un milione di morti. Nonostante le profonde incomprensioni e il durissimo conflitto tra le parti, con l’impegno di tutti gli attori coinvolti, si è arrivati ad una pace che dura ancora oggi. Questo vuol dire che ovunque e sempre non bisogna mai rinunciare a fare incontrare le parti, a partire proprio, anche se è pochissimo, da ciò che abbiamo in comune.
Quanto può influire il ruolo delle religioni nei processi di pace?
L’iniziativa, la prima nella storia, per una preghiera per la pace tra le religioni, fu promossa da Giovanni Paolo II nel lontano 1986. Si era ancora nel pieno della guerra fredda. Le religioni mondiali si unirono all’unisono per dire No alla guerra e per almeno 24 ore, proprio nel giorno in cui il Papa diffuse il messaggio, si fecero cessare le armi. Chiese “la pace in nome di Dio”. Le religioni non possono giustificare in alcun modo le guerre. Anche Papa Francesco lo ha ripetuto in più occasioni. E come ogni anno, per questa edizione ancora una volta a Roma, credo sia fruttuoso promuovere un momento istituzionale a livello mondiale per evitare i conflitti e seminare il dialogo e l’incontro per la pace.
Nell’evento che state organizzando “Il Grido della pace” toccate diverse tematiche. Cosa ha a che vedere tutto questo con la fede?
Il cristiano crede nella forza della preghiera per la pace, come lo credeva Giovanni Paolo II, come lo crede oggi Papa Francesco, ma crediamo anche che ogni religione debba aspirarsi alla pace e pregare per la pace. Esponenti dell’Islam, dell’Ebraismo, del Buddismo e di altre religioni nello “spirito di Assisi”, saranno attori, a nome dell’umanità, di questa preghiera. Tutto ciò ha sicuramente a che vedere con la fede; è chiaro che poi la fede si trasforma in azione per la pace, in cultura della pace, un processo a cui ognuno di noi è chiamato ogni giorno.
Sant’Egidio lavora affianco a Papa Francesco. Alla luce della pandemia, guerra e crisi energetica cosa vi chiede urgentemente di curare di più?
Di fronte a questi fenomeni Papa Francesco ha un approccio globale, il che vuol dire affrontare tutto ciò insieme, a partire dagli effetti che ha portato la pandemia. Nessuno, come egli stesso ha ripetuto più volte, può salvarsi da solo e nessuno può rimanere indietro. La situazione sanitaria globale, la malattia invisibile, ci imponeva di agire in maniera collettiva. La guerra e la crisi energetica sono ovviamente collegate, ma rimanderei alla lettura dell’Enciclica della Laudato Sì, che mettendo insieme le istanze del genere umano, collega la crisi ambientale e con le tante crisi sociali, i conflitti e le guerre che sono in corso. Avere un approccio globale di fronte a queste crisi vuol dire affrontare le problematiche, non sotterrarle, ma cercare una soluzione.
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