Ecco poi la pagina dei laboratori Omega, un atelier e una bottega di pittura, scultura e fucina di produzione di oggetti, piatti e decorazioni ispirate a una bellezza da utilizzare ogni giorno per rendere più gradevole la vita – attività che durò appena sei anni e si interruppe nel 1919 subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Il bel catalogo scandisce l’itinerario in modo puntuale soffermandosi sui passaggi di svolta, come il clamore suscitato dalla mostra di pittori contemporanei presentati impropriamente come Post-impressionisti che Roger Fry organizzò nel 1910 mettendo insieme 21 opere di Cézanne, 37 di Gauguin, 20 Van Gogh, Rouault, Picasso e Matisse. L’esposizione voleva stupire ma il risultato andò oltre, i visitatori insorsero contestando il valore dei quadri, alcuni sputarono letteralmente sulle tele. Lo scandalo non fece che produrre attenzione e pubblicità tanto che pochi mesi dopo Fry replicò presentando un gruppo di pittori inglesi post-impressionisti e nel 1912 una seconda puntata della mostra-shock. “Sia ben chiaro – osserva Fusini – il circolo Bloomsbury non fu né un movimento con un programma, né una religione con relativo culto, né una cellula di sovversione estremista. A Bloomsbury si scoprì in comunità una nuova dimensione dello spirito e avvenne un miracolo, quello dell’ apertura della mente”. I Bloomsberries non vanno considerati una avanguardia come quelle che imperversavano nel resto d’ Europa. “Condividevano un senso profondo della necessità del cambiamento: c’era urgente bisogno di nuovi costumi intellettuali, culturali e politici… Si doveva rompere con le convenzioni e condurre una vita più libera”. E se uno degli obiettivi della mostra è il parallelismo con Palazzo Altemps, nato come casa nobiliare nel cuore di Roma e nell’Ottocento sede di salotti letterari di prestigio, i promotori invitano a considerare quanto quella generazione degli Anni Trenta guardasse all’ Europa e, in particolare, alla Francia, come alla espressione culturale più alta di quel periodo. Fare, elaborare, mettere in campo energie come segno della voglia di vivere, a questo miravano. “A ognuno doveva essere riconosciuto il diritto di modellare se stessi in libertà”, conclude Nadia Fusini. “Perché vivere è tout court un atto di , creazione artistica”.