Ad animare il dibattito politico alla vigilia di questa missione sono le anticipazioni del libro di Bruno Vespa divulgate convenientemente proprio oggi nei brani in cui Meloni espone il suo punto di vista di politica estera: “La mia idea di Europa è quella di un’Europa confederale in cui viga il principio di sussidiarietà – dice dunque la premier al conduttore di Porta a porta – non faccia Bruxelles quello che può fare meglio Roma, non agisca Roma lì dove, da soli, non si è competitivi. Abbiamo avuto un’Europa invasiva nelle piccole cose e assente nelle grandi materie. Non converrebbe lasciare agli Stati nazionali il dibattito sul diametro delle vongole e occuparsi invece a livello comunitario dell’approvvigionamento energetico?”.
Attualmente, il primato dell’ordinamento comunitario su quello nazionale è sancito dall’articolo 117 della Costituzione, a seguito di due riforme del 2001 e del 2012, da una dichiarazione allegata al Trattato di Lisbona, che l’Italia ha ratificato nel 2008 e da diverse sentenze della Corte di giustizia Ue. A una domanda esplicita di Vespa su quale diritto debba prevalere, Meloni ha risposto: “La Corte costituzionale tedesca ha fatto prevalere nei casi più delicati l’interesse nazionale”. Il riferimento è una pronuncia della relativa all’acquisto della Banca centrale europea di titoli di Stato, a seguito della quale la Commissione aveva aperto una procedura di infrazione, chiusa lo scorso dicembre a seguito di “impegni formali di Berlino a riconoscimento del primato del diritto dell’Unione e l’autorità della Corte di giustizia Ue”. Il riferimento alle vongole non è casuale: un regolamento europeo “per lo sfruttamento sostenibile delle risorse della pesca nel mar Mediterraneo” stabilisce a 25 millimetri la taglia minima che questi bivalvi devono avere per essere pescati. L’Italia ha ottenuto una deroga a 22 millimetri in virtù della piccola dimensione di tali molluschi nell’Adriatico, ma la Spagna, concorrente in questo settore, all’europarlamento sta cercando di farla saltare.
Afferma ancora Meloni: “Prendiamo la legge Bolkestein sulla concorrenza, in questo caso sulle licenze per le spiagge. Vogliono costringere noi a fare le aste per le assegnazioni nel 2023, mentre altri paesi hanno prorogato le concessioni. Per me questa disparità è incostituzionale”. Sulla mancata messa a gara delle Concessioni balneari, uno dei temi che hanno portato Lega e Forza Italia a negare a luglio la fiducia a Mario Draghi, è tutt’ora aperta una procedura di infrazione europea nei confronti dell’Italia (e un’altra nei confronti del Portogallo). La questione, da noi, dovrebbe essere definita da uno dei decreti attuativi previsti dalla nuova legge sulla Concorrenza, scritta dal governo Draghi e in vigore da agosto. Il dossier concorrenza fa parte dei requisiti per l’accesso ai fondi europei Next generation Eu, la mancata soluzione dell’annoso contenzioso sulle spiagge potrebbe avere un peso nelle decisioni relative all’erogazione delle prossime rate.
“Definirci atlantisti – prosegue Meloni – ma non europeisti mi pare francamente un’idiozia. Oggi tutto è estremamente ideologico. Passa la vulgata che sei europeista se sei federalista. Il federalismo europeo accentra, mentre il federalismo nazionale decentra. Che senso ha? Vogliamo dire che il Superstato europeo non ha funzionato? In Europa, gran parte del potere decisionale è in mano alla Commissione, che viene indicata dai governi, ma nel nostro ordinamento la sovranità è del popolo che la esercita attraverso il Parlamento. C’è qualcosa che non funziona, soprattutto in una Repubblica parlamentare come la nostra”. Per esempio, “quando è arrivato il Covid, ci siamo accorti di aver consegnato alla Cina la produzione dei microchip. La Cina ha ovviamente deciso di privilegiare il mercato interno e noi siamo rimasti all’asciutto. È allora che la Commissione ha capito che c’era un problema e ha stanziato 50 miliardi di euro per favorire la produzione dei microchip europei. Ma quando noi ponevamo il problema del controllo delle catene di approvvigionamento fondamentali, ci dicevano che eravamo autarchici”.
“Una politica estera europea non esiste”, rincara poi la presidente del Consiglio, “sulla Libia siamo andati in ordine sparso e la stessa cosa è accaduta sulla crisi ucraina. Poi, invece, vediamo che l’Europa deve occuparsi di gender…”. Qui nel mirino sembrano esserci la “Strategia per la parità di genere” varata dalla Commissione europea a marzo 2020 e i report on gender equality in the EU che la stessa Commissione pubblica annualmente.
Un altro tema su cui l’interlocuzione con Bruxelles potrebbe non essere semplice è quello delle migrazioni: “È cambiato innanzitutto l’approccio strategico – risponde Meloni a Vespa – l’immigrazione, prima di essere un problema di politica interna e di ordine pubblico, è un problema di politica estera e di geopolitica. L’unico modo per risolverlo è far parlare l’Africa con l’Europa. Per questo ho lanciato il progetto di un piano Mattei, rifacendomi al grande stratega fondatore dell’Eni che riscattò i paesi produttori di petrolio dal colonialismo delle grandi compagnie americane. E il ripristino dell’operazione Sophia, nata nel 2015, che nella terza fase, mai attuata, prevedeva di estirpare alla radice il sistema organizzativo del contrabbando di esseri umani, cioè quello che noi abbiamo sempre definito ‘blocco navale’“.
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