(di Alessandra Baldini)
(ANSA) – NEW YORK, 04 NOV – La “Luna a Venezia” di Lucio
Fontana “torna a casa” a New York: nel novembre 1961 la galleria
di Martha Jackson nell’Upper East Side ospitò la prima personale
americana dell’artista. “Volevano una mostra sui “tagli”:
Fontana arrivò con dieci dipinti veneziani”, spiega Luca Massimo
Barbero, il curatore della nuova rassegna di opere
tridimensionali dell’artista italo-argentino aperta da oggi da
Houser & Wirth sulla 69/a strada, negli stessi spazi occupati
dalla Jackson negli anni Sessanta.
Il progetto è il secondo di una trilogia pensata dalla
Fondazione Fontana per portare in luce aspetti meno esplorati
dell’artista soprattutto fuori dall’Europa: fa seguito alla
mostra di Los Angeles sugli “ambienti spaziali” e si concluderà
con una antologica a Hong Kong. Due ‘fermalibri’ aprono e
chiudono la rassegna di circa 80 opere: dalla “Luna a Venezia”,
uno dei dieci “dipinti barocchi, a base di colore, riflessi e
mosaico” creati per la mostra della Jackson, si arriva alle
monumentali sculture spaziali “Natura” plasmate a fine anni ’60
quando gli astronauti americani stavano per sbarcare sulla Luna.
La domanda a cui Barbero ha cercato di rispondere è quella
che si pose Enrico Crispolti quando Fontana era ancora vivo: “E
se fosse stato solo uno scultore?”. Hauser & Wirth ha messo
opere tridimensionali prestate da istituzioni, musei e
collezionisti per dimostrare che la scultura fu una pratica
intrinseca del progetto artistico di Fontana dall’inizio alla
fine della sua carriera. Opere in terracotta, cemento, argilla,
metallo, vetro e legno create nell’arco di cinque decenni, dagli
anni venti alla morte nel 1968.
Per Barbero, Fontana fu un artista che “ha sempre cercato di
cambiare sempre per non diventare iconico. “Concetto Spaziale:
la Luna a Venezia” all’ingresso della mostra viene contrapposta
a una serie di disegni che riflettono la visita iniziale di
Fontana a New York, portato in giro dall’architetto e
collezionista delle sue opere, Philip Johnson. La mostra
prosegue con un balzo indietro: un “Nudo” del 1926 raramente
esposta e un’esplorazione del lavoro degli anni Trenta, tra cui
la “Tavoletta Graffita”, “Figura alla Finestra” , “Conchiglie e
Farfalle” e “Cavalli Marini” illustrano il sincretismo tra
astratto e figurativo con cui l’opera di Fontana cominciò a
esprimere innovazione allo stato puro nel contesto più ampio
della scultura europea. Si passa poi alle esplorazioni astratte
che coesistono con il figurativo del decennio successivo:
‘Scultura Spaziale’ del 1947 viene contrapposta in dialogo con
“Figura Femminile con Fiori” del 1948.
L’ultimo piano è dedicato agli esperimenti di fine anni ’50 e
’60: dalle opere ‘Concetto Spaziale Natura’ – sculture lacerate
da tagli – alle ‘Ellissi’ create in metallo alla fine della vita
e descritte dai critici come “capsule spaziali” eseguite a
macchina in cui la dimensione concettuale diventa preminente.
(ANSA).