L’imputato, difeso dall’avv. Cristina Barboni, ha sempre respinto le accuse, sostiene di essere stato un genitore severo ma mai violento. Opposta la ricostruzione della giovane che agli investigatori aveva confidato umiliazioni, minacce e botte subite dal genitore. Tutto avrebbe avuto inizio in Pakistan dove la ragazza, allora 15enne, si sarebbe dovuta sposare. Era legata sentimentalmente a un giovane, nel suo Paese, e dovevano convolare a nozze. Lui però aveva cambiato idea all’ultimo momento e la famiglia della giovane l’aveva considerata una ‘vergogna’ troppo grande e aveva deciso per ‘rimediare’ di portare via la figlia dal Pakistan e farla arrivare in Italia dove il padre si era sistemato con un lavoro e una sua indipendenza. Le condizioni di vita della minore nell’Anconetano, però, sarebbero state in sostanza quelle di una prigioniera senza possibilità di una vita libera. Il genitore, secondo le accuse, non l’avrebbe iscritta a scuola, né le avrebbe permesso di imparare la lingua italiana, imponendole di frequentare solo donne adulte sue connazionali. Niente vita sociale con i coetanei del paese, nessuna uscita fuori casa.
Durante la permanenza di due anni, il padre le avrebbe fatto pesare il matrimonio annullato, vessandola e insultandola; e l’avrebbe anche picchiata, con pugni dietro la schiena, schiaffi e mani al collo.
Una situazione insostenibile che sarebbe andata avanti fino al novembre del 2021 quando la ragazza sfuggì al controllo del genitore e sporse denuncia ai carabinieri, raccontando i soprusi subiti. Da qui l’indagine coordinata dalla pm Irene Bilotta, il processo e la sentenza emessa dal collegio del tribunale di Ancona, presieduto da Edi Ragaglia, che ha condannato il 48enne a due anni di carcere per il reato di maltrattamenti in famiglia che ha assorbito anche l’altro addebito contestato e cioè quello di sequestro di persona.
La giovane ha registrato le minacce del padre (ANSA)