(di Paolo Petroni)
(ANSA) – ROMA, 18 NOV – YARI SELVETELLA, ”VITE MIE”
(MONDADORI, pp. 250 – 18,50 Euro). ”Conoscere il presente e
credere nel futuro deve essere quel che si chiama amore”: è per
capire questo, per riuscire a collegare il proprio presente cui
si sente incatenato, perché continuazione del passato e del
lutto col dolore che reca con sé, alla libertà di accettare la
vita che continua, il futuro, che il quarantacinquenne Claudio
Prizio, io narrante di quest’ultimo coinvolgente lavoro di Yaris
Selvetella, fa i conti con la vita al punto in cui è. Un
quotidiano che gli è diventato pesante, ”mi sento in gabbia –
dice – facendo ”di tutto per mantenere le abitudini” e
”sopravvivere” nel momento in cui si rende conto di non
riuscire, di ”non sapere più a amare”, coscienza che può avere
solo chi ha amato davvero.
Bisogna allora ritrovarsi accettando di scoprirsi disperso,
come frantumato in mezzo alla vita degli altri, tra i quali gli
pare di vedere spesso suoi alter ego, uomini eguali a lui, e
assieme accettare di disperdere, frantumare i ricordi dolorosi,
gli oggetti che li rappresentano, seppellendoli nei luoghi in
cui continueranno a vivere di Roma e dell’amato Rione Monti che
furono posti condivisi con la perduta G, portata via velocemente
da un tumore.
Questo memoir travestito, con successo, in romanzo è per
molti versi il seguito di un precedente, intenso libro di
Selvetella, più esplicitamente intitolato ”Le stanze
dell’addio”, resoconto non di una convivenza col dolore, ma di
una vita catturata nel dolore, che non riesce ad accettare
l’assenza della persona amata. Ora invece rende conto di quel
che accade col passare del tempo, il tutto sperando, godendo,
temedo, amando non sapendo più amare, anche perché non è rimasto
solo. Con sé ha tre ragazzi, Carlo che studia astrofisica, primo
figlio di G, Tiziano che guarda al cinema, secondo figlio di G e
orfano anche del padre, morto poco prima della madre, e Nico,
più piccolo, figlio suo e di G. Sono tutti voluti restare a
vivere con con lui e a loro si sono poi aggiunti una nuova
compagna, Agata, che ha saputo farsi accettare e amare dai
ragazzi, e con cui ha concepito Micol, una bambina che va
all’asilo. Poi ci sono dei nonni, dei fratellastri, altri
parenti: ”Nella nostra famiglia i legami di sangue non sono
decisivi. Di sei che siamo in casa, nessuno è nato dagli stessi
genitori. E’ complicato raccontarlo ma starci è semplicissimo.
Chi lo ha voluto è qui. Chi, tra parenti e amici, ha preferito
non esserci, non c’è. Chi, da fuori, vuole contatti solo coi
suoi parenti legittimi, può farlo. Chi ci vuole e cerca affetto
è dei nostri”. I legami sono nati dalla condivisione
quotidiana, così in questa particolare fratellanza, paternità e
maternità ”Nulla è scontato, perché ogni cosa è gratuita, non
sorge da contratti, convenzioni sociali, retaggi, tutto è
scelto, da parte di tutti, sempre”.
Un contesto che, del disagio dell’io narrante, è causa e,
assieme, soluzione, ovvero luogo di accoglienza e vita con cui
misurarsi tutti i giorni, con fatica anche, sentendosi appunto
scisso tra la gioia che ne deriva e la vita della presenza del
dolore che ha dentro. E in questo stato di ”totale incertezza
di sé” fa la spesa e cucina, va a prendere i figli piccoli a
scuola, prova ad aprire alla confidenza i più grandi, va a
lavorare alla Rai, cerca con Agata anche una nuova casa, non
solo per abbandonare quella troppo carica di ricordi ma anche
per una più piccola, ora che i ragazzi grandi se ne vanno.
Naturalmente poi scrive, scrivere serve sempre; serve,
mentre si finge, a mettersi allo specchio, davanti a se stesso,
a ripercorrere, sapendo che ”solo il passato libera il
presente”, la sua complessa, dolorosa, vitalissima,
sentimentale storia dove ӏ bellezza e forza vera e
incontenibile”, utile per trovare ”le energie giuste frugando
in ciò che è stato”. Del resto l’amore c’è, anche se lui si
sente inadeguato, mentre sa che ”richiede efficienza”:
”bisogna essere all’altezza dell’amore che si prova, se no non
vale niente”. Nasce così questo libro ricchissimo e profondo,
in cui pagine, parole, pensieri si susseguono come fili che
vanno a creare questo percorso personale e esemplare assieme,
sbandando e procedendo comunque, per continuare a tenere insieme
tutto, dolore e gioia, passato e presente, per riuscire a
guardare al futuro, sapendo che non siamo soli, se solo ci
impegniamo a capirlo, a volerlo. (ANSA).