“E’ un movimento acefalo che, però, trae da questa mancanza di leadership, i suoi limiti e la sua forza”, dice Goracci.
La rivolta corre nelle piazze dove molto sangue è già stato versato, ma corre anche sui social, la piazza virtuale dove denunciare il desiderio del cambiamento, di libertà e giustizia, desiderio represso con violenza dai pasdaran della guardia della rivoluzione. Tutto questo nonostante l’accesso alla rete resti intermittente, bloccato dalle autorità per ore durante la giornata.
“I ragazzi, con un’età media di 15 anni, si organizzano attraverso flash mob mordi e fuggi, usando bigliettini da inserire sotto i tergicristalli delle auto per darsi appuntamento alla prossima protesta”. “Un sistema che assume una connotazione perfino ‘burlesque’ se pensiamo ai tanti turbanti dei mullah rovesciati dai ragazzi per strada che abbiamo visto nei video”.
Stando all’ultimo bilancio fornito dall’agenzia di stampa degli attivisti per i diritti umani (Hrana), dal 16 settembre al 20 novembre sono almeno 419 le persone rimaste uccise in Iran, tra cui almeno 60 minori e 54 membri delle forze di sicurezza iraniane, mentre sono oltre 17.000 le persone arrestate, tra cui 540 studenti. Alcuni sono accusati di fare “guerra contro Dio”, reato che prevede fino alla pena di morte nel paese a guida sciita. Sono già 6 le condanne ufficiali.
Ma queste donne, uomini, studenti, e perfino bambini che manifestano per strada in tutto il paese, avvertono oramai una “distanza siderale tra loro e il regime”, dice la giornalista a cui sta a cuore quel grande paese che una volta si chiamava Persia, da anni martoriato da continue proteste contro instabilità e regole sociali, oggi più che mai troppo difficili da sopportare.
“Si è rotto il patto sociale tra i giovani e il regime anchilosato, fuori dalla storia”. “Dietro questi giovani ci sono i loro genitori e i loro nonni testimoni della rivoluzione del 1979″, quella popolazione che ha visto almeno due governi a guida religiosa, e che dopo vari tentativi, non riesce a non avvertire sfiducia nel futuro rivolto alle nuove generazioni. Giovani e giovanissimi/e che le famiglie guardano uscire per andare a manifestare, sapendo che forse non faranno mai più ritorno a casa. Costi quel che costi, vogliono essere lì a gridare Donna, Vita, Libertà! lo slogan/manifesto della protesta in nome di Mahsa Amini.
“Ma chi sono questi ragazzi?” Goracci li ritrova in un passaggio della Storia dell’Iran di Farian Sabahi (Il Saggiatore), in cui la scrittrice riprende la metafora del pesciolino nero cara al poeta iraniano Samad Behrangi e che legge per noi: “una bellissima fiaba letta a tutti i bambini iraniani così come in Italia si legge Capuccetto rosso, un pesciolino che si ribella all’esistente, che non vuole vivere nella pozza d’acqua in cui è costretto, e che vuole andare a vedere il mare, gli andrà malissimo, perché ci sono pellicani minacciosi, ma – lui dice – se siamo in tanti possiamo farcela”.
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