Il servizio di sicurezza federale (Fsb, l’ex Kgb), scrive il Wsj, controllava alcune prigioni sotterranee nelle vicinanze dell’impianto, tra le quali una struttura che i russi chiamavano “il buco”.
Nonostante la maggior parte degli 11 mila dipendenti dello stabilimento siano riusciti a fuggire, più di 200 membri del personale sono stati arrestati e decine sono ancora dispersi, riferisce l’azienda di stato ucraina Energoatom. “Li mettono in prigione come il buco, li torturano e chiamano le loro mogli”, racconta Murashov, “pensano che così facendo possano cambiare le menti di queste persone”. A chi non finisce nel “buco”, viene comunque sequestrato il telefono e impedito di andarsene.
A inizio marzo un uomo si presentò a Murashov come rappresentante della nuova amministrazione civile-militare, dicendo: “Ora fai parte della Federazione Russa, d’ora in poi lavorerai per Rosatom”, l’agenzia nucleare di Mosca. L’11 del mese un funzionario di Rosatom di nome Oleg Romanenko arrivò e assunse il comando della sala di controllo.
Nei successivi due mesi l’impianto continuò a produrre elettricità per l’Ucraina libera, e molti lavoratori, compresi i madrelingua russi, resistettero all’occupazione parlando in ucraino, tenendo bandiere gialle e blu sulle scrivanie, andando al lavoro in abiti tradizionali in segno di protesta.
A metà maggio, un’esplosione distrusse l’appartamento del sindaco filorusso di Energodar, Andrei Shevchik, che ne fu ferito gravemente. Il 23 del mese agenti del Fsb andarono a casa di Serhiy Shvets, un tecnico addetto alla manutenzione della centrale e gli spararono cinque colpi: lo racconta lui stesso aggiungendo che mentre era ricoverato in ospedale, un uomo lo visitò in ospedale accusandolo di essere coinvolto nell’attentato al sindaco e minacciando di arrestarlo appena dimesso dall’ospedale. Riuscì a fuggire. Volodymyr Zhayvoronok, 49 anni, titolare dell’azienda che aveva installato il circuito di videosorveglianza della centrale, abitava vicino a Shevchik e quando sentì gli spari temette di essere il prossimo e iniziò a progettare una fuga. A giugno fu fermato in un posto di blocco e portato nelle celle di detenzione della centrale di polizia.
Il direttore Murashov, intanto, veniva informato quasi quotidianamente che qualcuno del personale era sparito. Tra questi, un ingegnere nucleare, il cui lavoro è cruciale per la sicurezza dei reattori, trattenuto e percosso per due settimane dai filorussi. Sempre a giugno, droni ucraini avevano sorvolato l’impianto e bombardato la cucina da campo, ferendo diversi soldati russi e danneggiando veicoli blindati, secondo quanto riferiscono i lavoratori.
A fine mese le celle di detenzione sotto la stazione di polizia erano gremite. Sei dei 14 compagni di cella di Volodymyr Zhayvoronok erano operai della centrale: “Quando senti una chiave girare nella porta della cella guarda il muro con le mani alzate e le gambe divaricate”, lo avvertirono. Dopo diversi giorni di detenzione fu portato in una stanza al piano superiore per il primo di molti interrogatori. Gli agenti del’Fsb lo colpirono con il calcio della pistola e chiedevano i nomi degli informatori di Kiev. Altri agenti, indossando passamontagna, entrarono nella stanza, attaccarono elettrodi alle orecchie del prigioniero e lo cosparsero d’acqua. A un altro dipendente, Andrii Honcharuk, andrò peggio: fu picchiato tanto forte che finì in coma e morì nei giorni successivi.
Molti detenuti riuscirono a farsi rilasciare perché le famiglie corrompevano gli agenti federali o dopo aver accettato di registrare in video dichiarazioni di questo tenore: “Quello che voglio dire è di tornare a Energodar, per favore, va tutto bene. I russi stanno facendo tutte le cose buone per noi. Potete tornare”.
Un tecnico ha raccontato al Wsj di essere stato percorso e torturato con un cavo elettrico. Un altro addetto alla manutenzione afferma di aver passato 70 giorni in una stanza sotterranea del “buco”, senza finestre, con tavole di legno su cui dormire e “puzza di feci e di cloro”. Gli spararono a un piede e la ferita si infettò, le guardie minacciarono di violentare sua moglie. Fu liberato dietro pagamento di una mazzetta ma costretto a tornare al lavoro: “Siamo in una prigione nucleare”, dice oggi, contattato grazie a un’app criptata.
A inizio settembre Murashov dovette disporre lo spegnimento dell’ultimo reattore, dopo che il fuoco dell’artiglieria aveva privato l’impianto dell’alimentazione. Il 30 Putin dichiarò l’annessione alla Russia del territorio su cui sorge la centrale e il passaggio di quest’ultima a Rosatom, sotto la gestione di Romanenko. Murashov rifiutò di lavorare per la Russia, il giorno stesso fu rapito da alcuni soldati.
Quel pomeriggio, mentre Murashov tornava a casa, un camion blindato bloccava la strada davanti a sé. I soldati hanno chiesto a lui e al suo autista di uscire dall’auto, li hanno ammanettati e hanno messo dei sacchi sopra le loro teste. Il rilascio fu possibile probabilmente solo grazie alla pressione internazionale, ma dovette comunque registrare un video in cui confessava di aver passato segreti al governo di Kiev.
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