‘FUSIONE NUCLEARE DA LASER, L’EUROPA DISSE NO’
Il risultato sulla fusione nucleare ottenuto dagli Stati Uniti è arrivato seguendo una via diversa da quella privilegiata dall’Europa, sostenuta negli anni ’90 da alcuni fisici italiani ma con scarso successo. La National Ignition Facility americana ha ottenuto un grande risultato, come nel febbraio scorso lo aveva ottenuto il pioniere dei reattori sperimentali a fusione in Europa, Jet, ma entrambi hanno ancora una lunga strada da fare prima che l’energia pulita che imita il Sole possa essere prodotta su larga scala. Ne è convinto l’esperto di fusione nucleare Stefano Atzeni, docente di Fisica dell’Università La Sapienza di Roma. “Quello fatto la settimana scorsa negli Stati Uniti è un esperimento di fusione controllata diverso da quelli a confinamento magnetico e che utilizzano grandi laser”, osserva Atzeni. La tecnologia si chiama fusione a contenimento inerziale e “sfrutta potenti laser che fanno convergere più fasci simultaneamente su piccolo bersaglio, riscaldandolo e comprimendolo, fino a ottenere la reazione di fusione”. È molto diversa dalla fusione a confinamento inerziale, nella quale grandi magneti superconduttori controllano il plasma all’interno di strutture toroidali. Il risultato americano “è stato ottenuto la settimana scorsa e ha generato circa 25 megajoule di energia utilizzando un impulso laser di poco più di 20 megajoule.
Dal punto di vista della fisica è un risultato importante perché – osserva – per la prima volta è stata ottenuta più energia di quella spesa per ottenere la reazione”. È una tecnologia meno complessa rispetto a quella dei grandi reattori a confinamento magnetico: “L’apparato sperimentale è un recipiente sferico dal diametro di circa dieci metri nel quale sono convogliati i fasci laser che punto al centro, dove si trova il bersaglio”, ossia “una microfera da circa un millimetro di diametro con un guscio al cui interno si trovano deuterio e trizio alla temperatura di meno 250 gradi”. Quando i laser bombardano la sferetta, il guscio viene distrutto e genera il plasma che, comprimendo i due elementi innesca la reazione di fusione, mentre la temperatura sale a oltre 60 milioni di gradi. “L’interesse della tecnologia laser per la fusione è nato non molto tempo dopo l’invenzione del laser, che risale al 1960. Le possibili applicazioni alla fusione sono state studiate teoricamente e poi indagate con strumenti modersti. Alcuni Paesi, come Stati Uniti, Francia e Cina hanno proseguito lungo questa strada; altri, come Unione Europea, Italia e Germania hanno seguito la via del confinamento magnetico”, dice ancora Atzeni, La decisione di Unione Europea e Italia” risale alla metà degli anni ’70, tuttavia – prosegue – la scuola italiana di fisica ha dato contributi importanti. A metà degli anni ’90, per esempio, alcuni fisici italiani, come Carlo Rubbia e Nicola Cabibbo, avevano esercitato pressioni perché in Italia e Europa ci si occupasse di più di fusione con il laser”. Certamente, rileva, “è economicamente difficile produrre energia da fusione” e la strada è ancora lunga sia per il confinamento magnetico sia per quello inerziale”. Per quest’ultimo, per esempio, “bisogna ancora lavorare sulla quantità di energia rilasciata da ciascun fascio laser, sul rendimento e sulla frequenza”.