Joseph Ratzinger è stato un uomo timido, un grande teologo, dotato di una grande capacità di ascolto, si è spento all’età di 95 anni nella sua residenza nel convento Mater Ecclesiae all’interno della Città del Vaticano. Viene definito come un grande Padre della Chiesa moderna, perché c’è una ricchezza del suo insegnamento che deve essere ancora approfondita e che tocca diversi ambiti del dogma, della fede e della vita dei credenti. Una persona che difficilmente può essere messa dentro degli schemi, dentro caselle strette.
Ha affrontato temi complessi, tra questi la Via Crucis dolorosa degli scandali finanziari e della pedofilia questioni non ancora chiuse. Il pontificato del Professor Ratzinger non è stato segnato da grandi riforme o eclatanti interventi, ma si è rivolto alla vita quotidiana della Chiesa attraverso il magistero, con l’obiettivo di ricondurre gli uomini verso l’amicizia con il figlio di Dio. Benedetto XVI si era dimesso dal suo pontificato l’11 febbraio 2013, dando vita ad un evento straordinario, una rivoluzione per la Chiesa cattolica non dovuta certo alla lettera trafugata dal suo maggiordomo proprio nel suo studio o per gli scandali legati agli abusi. La sua rinuncia è stata di coscienza, davanti a Dio, e ben ponderata, creando un precedente giuridico innovativo e moderno nella storia della Chiesa, con un’impostazione decisamente meno monarchica rispetto ai precedenti papi.
La storia del pontificato di Ratzinger è la storia di un “papà” per la Chiesa, un uomo che ha sempre mantenuto quella ferma dolcezza di chi è consapevole di aver ricevuto da Cristo l’incarico di confermare i fratelli nella fede. Non dell’attualità, ma un Papa della profondità.
Papa Francesco nella sua recente intervista al quotidiano spagnolo Abc ha dichiarato di apprezzare la grande lucidità di Joseph Ratzinger: “È un grande uomo, un santo. È un uomo di alta vita spirituale”.
Abbiamo intervistato Don Roberto Regoli, Professore e autore del libro: “Oltre la crisi della chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI”.
Don Roberto Regoli, Professore e autore del libro: “Oltre la crisi della chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI”.
Cosa lascia il pontificato di Benedetto XVI per la Chiesa cattolica di oggi?
Una grande eredità del pensiero cattolico. Benedetto XVI è stato il Papa che ha esercitato il suo governo soprattutto tramite l’insegnamento, tramite la parola. E quindi il suo magistero papale, come anche tutti i suoi testi teologici, e in seguito come Cardinale Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede sono le sue più grande eredità di pensiero, con l’intento di far conoscere la bontà dell’unione tra fede e ragione e proponendo un cristianesimo alla cui base c’è l’armonia tra queste due dimensioni. Cito la risposta che diede Benedetto ad una giornalista ad una domanda sul suo pontificato: “Lei è la fine del vecchio o l’inizio del nuovo?” Lui rispose: “Entrambi”.
Quanto è stato importante il pontificato di Benedetto in quanto “transizione”, dal pontificato di Giovanni Paolo II a quello di Papa Francesco?
Quando Ratzinger viene eletto Papa si stava consolidando l’idea che il suo fosse un pontificato di “transizione”, un momento di decantazione del pontificato di Giovanni Paolo II, in virtù dell’amicizia e del legame che li univa. Senza dubbio il Cardinal Ratzinger fu l’anima teologica di Giovanni Paolo II, però la storia è stata più dinamica, perché ha comunque dovuto prendere delle posizioni che andavano al di là di quel pontificato, la famosa “Tolleranza Zero”, soprattutto riguardo i casi di abusi sessuali che già si era avviata durante gli ultimi momenti di Giovanni Paolo II. Direi che non è stato di transizione ma un pontificato di rilancio, per esempio nel dialogo ecumenico, nel dialogo tra le culture, nell’integrazione degli anglicani in seno alla chiesa cattolica; ha trovato nuove forme di incontro fino a quel momento che non si erano mai viste. In questo ha aperto l’impegno per la pace, non solo alle altre religioni ma anche agli atei, non credenti.
Quindi ha tracciato un cambiamento…
E poi diciamolo chiaramente che anche la rinuncia al pontificato del 2013 non è da papa di transizione ma ha portato una grande riforma del papato stesso, inimmaginabile fino a quel punto. Quindi è un pontificato che era partito con dei pronostici che poi alla fine sono stati altri. La figura di Benedetto XVI è rimasta comunque presente, un punto di riferimento ideale per tanti. Ma è rimasto sempre al suo posto soprattutto irremovibile di fronte ai vari tentativi che volevano tirarlo più da una parte che dall’altra. Lui non ha mai prestato il fianco, ha sempre giocato il suo ruolo appartato. Adesso sarà da vedere cosa accadrà rispetto a questi tentativi di coinvolgimento, che adesso non hanno ragion di essere. Quindi vediamo che dinamiche ci saranno dentro il cattolicesimo.
Quali sono state le caratteristiche del pontificato di Benedetto?
Due caratteristiche potremo trovare: una interna e una esterna. Quella interna ha la capacità di argomentare la sua visione di cattolicesimo, tentando di convincere senza imporre nulla a nessuno. In relazione al mondo esterno il papa emerito ha combattuto contro il relativismo, ma ha avuto la capacità di saper dialogare con chi la pensava diversamente (dai liberali, ai marxisti) Questa sua capacità ha portato a incontri importanti che successivamente hanno dato vita a percorsi nuovi. Una certa libertà intellettuale, sicuro, del suo pensiero ha permesso di raggiungere persone molto diverse e saper camminare insieme.
Il suo pontificato è stato visto come un pontificato conservatore?
Purtroppo per la Chiesa si applicano delle categorie politiche: conservatori, progressisti, liberali reazionari e via dicendo. Il linguaggio binario destra – sinistra rovina ogni possibilità di comprensione della realtà perché lo stesso Benedetto XVI scappa da queste categorie. Sicuramente lui è l’interprete di un grande pensiero cattolico che parte da Sant’Agostino fino ai nostri giorni e che lo rendono uno dei maggiori protagonisti teologi del Concilio Vaticano II e anche del post-concilio. Ovviamente ha preso le sue decisioni, ha saputo dire molti Sì come anche altrettanti No, pertanto non si può pretendere che sia reso ‘compagno’ di viaggio di tutti. Però la riduzione a categoria politica della Storia della chiesa è proprio il problema che non ci aiuta a capire ciò che accade dentro la Chiesa.
Benedetto XVI si può definire come un grande padre della Chiesa moderna?
Si, è la definizione migliore, perché l’eredità che lui lascia alla Chiesa è proprio il suo pensare, che ha toccato molte generazioni. C’è una ricchezza del suo insegnamento che deve essere ancora approfondita esaustivamente, che tocca diversi ambiti del dogma, della fede e della vita dei credenti. Se penso al libro “Introduzione al cristianesimo” degli anni’60, è stato tradotto in tantissime lingue e continua a essere oggi rieditato, nonostante Benedetto già da dieci anni non occupasse più il trono petrino.
In che maniera il suo pontificato, ad esempio, ha affrontato le questioni finanziarie e di pedofilia?
Per quanto riguarda la pedofilia Benedetto ha centralizzato tutto a Roma per poter dare delle risposte certe e immediate tramite un processo amministrativo. Quindi ha avuto un’intraprendenza romana. Invece per quanto riguarda le finanze il Papa Emerito ha avviato la costituzione dei primi organismi di controllo e verifica che poi hanno trovavo forme più compiute, più allargate sotto Papa Francesco. Quindi potremmo dire che non si è girato dall’altra parte, facendo finta di nulla.
Che rapporto c’è stato tra Benedetto XVI e Papa Francesco?
Da quello che abbiamo visto negli eventi pubblici, nelle immagini e nei testi, hanno entrambi impostato il loro rapporto nella mutua considerazione e amabilità. Ecco la cordialità è la cifra dei loro incontri. Il silenzio di Benedetto, che è una scuola, è stato molto apprezzato da Papa Francesco, e questa lealtà è corrisposta. Benedetto è stato più conosciuto come Teologo, ma poco come persona. È profondamente umano, molto timido e molto premuroso.
E con Giovanni Paolo II?
Con Giovanni Paolo II c’è stata grande amicizia. Giovanni Paolo II nell’ultimo suo libro menziona il sollecitamento dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger definendolo un suo amico.Tra i due, prima di tutto, c’era una grande affinità umana. Ratzinger è stata l’anima teologica del pontificato di Giovanni Paolo II. Erano veramente molto amici.
Come hanno raccontato i media il pontificato di Benedetto XVI?
In una maniera a volte un po’ arrabbiata. Credo ci sia stata una grande incomprensione mediatica nei riguardi di Benedetto XVI. Non erano passati che pochi minuti dalla sua elezione a soglio di Pietro che fu subito oggetto di attacchi. C’era un’idea già confezionata, e questo ha giocato una pre-comprensione, un pregiudizio sul suo pontificato. Cioè l’hanno presentato come un “cane da guardia” senza saper notare tutta la creatività che c’era in quel pontificato, e nel suo pensiero. Il pontificato di Ratzinger è stato raccontato giornalisticamente da una produzione per la maggior parte occidentale, un’informazione che generalmente tende ad occultare la dimensione spirituale e religiosa a favore degli aspetti politici.
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