Quando Benedetto XVI assume la sua carica, il grosso della crisi è già avvenuto. Le prime accuse di abusi emergono in Texas all’inizio degli anni Novanta, quando il cardinale Ratzinger è già alla guida dell’organismo che deve garantire la tutela della fede, e sembrano ormai preistoria. La Chiesa si difende dicendo che sono pochi casi, non diversi in termini percentuali dalla diffusione della pedofilia tra i laici. Spera forse che la questione si risolva, restando limitata a poche vicende locali. Vede gli studi legali che fanno pubblicità, incoraggiando chiunque abbia subito molestie a farsi avanti, per sostanziare cause di gruppo con cui chiedere risarcimenti milionari. Teme che i suoi nemici teologici e politici, sempre in agguato, ne approfittino per prevalere in una resa dei conti epocale. Non vuole neanche porsi il problema di chiedersi se ha sbagliato qualcosa, ad esempio abbassando la guardia nella selezione dei candidati al sacerdozio, quando la crisi delle vocazioni ha iniziato a svuotare i seminari.
Ma il problema è grave e profondo. E Ratzinger lo conosce bene da tempo, perché già nel 1985 ha scritto una lettera al vescovo di Oakland John Cummins, sul caso del sacerdote Stephen Kiesle, che dopo essere stato condannato nel 1978 per aver molestato un bambino ha chiesto di abbandonare l’abito talare. “Considera il bene della Chiesa Universale”, dice il futuro papa al collega, nel testo ottenuto e pubblicato dall’Associated Press. “È necessario per questa Congregazione – prosegue il prefetto – sottomettere incidenti di questa sorta a considerazioni molto prudenti, che necessitano un periodo di tempo più lungo”. Lo scandalo è agli inizi e Ratzinger suggerisce di gestire il caso con “cura paterna”. Ma Kiesle poi lascerà il sacerdozio, e nel 2004 verrà condannato a sei anni di prigione per aver molestato una bambina nel 1995.
Nel 2002 intanto scoppia il caso che in sostanza diventerà la sceneggiatura del film “Spotlight”. Il Boston Globe diretto da Martin Baron conduce un’inchiesta che porta a scoprire quasi 250 casi criminali di abusi commessi da preti. I più noti sono quelli di John Geoghan, John Hanlon, Paul Shanley, tutti protetti dall’arcivescovo della città Bernard Law, che invece di denunciarli alla giustizia o cacciarli, li trasferisce di parrocchia in parrocchia, nella speranza che cambiando aria cambino anche abitudini. Il cardinale Law è il leader della corrente più conservatrice nella Chiesa americana, insieme a O’Connor di New York, e magari anche per questo viene protetto dal Vaticano. Fino a quando lo scandalo lo travolge, costringendolo alle dimissioni.
Non sarebbe giusto, però, pensare che questa crisi sia vissuta dall’intera gerarchia cattolica con superficialità. Proprio Geoghan viene ricoverato due volte, nel 1989 e 1995, al St. Luke Institute, la struttura fondata nel 1981 per assistere e curare i sacerdoti con problemi come la pedofilia. Sono stato a St. Luke e il reverendo Stephen Rossetti, allora presidente dell’istituto, mi diede la lettera scritta da un prete che si era suicidato pochi giorni prima, impiccandosi a una porta: “Chi invece – iniziava la lettera citando il Vangelo – scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina, e fosse gettato negli abissi del mare”.
Nel 2002 la United States Conference of Catholic Bishops (USCCB) commissiona uno studio al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York, per comprendere le dimensioni del problema. Due anni dopo viene pubblicato il risultato, ed è devastante: dal 1950 al 2002 sono state presentate e convalidate 6.700 accuse di abusi sessuali contro 4.392 sacerdoti in servizio negli Stati Uniti. Siccome in quel periodo erano stati attivi 109.694 preti, il 4% di loro si era macchiato di molestie.
Ratzinger diventa papa un anno dopo la pubblicazione di questo studio, e oggettivamente sceglie una linea più dura di Giovanni Paolo II. Chiede scusa in varie occasioni, diventa il primo pontefice che incontra le vittime degli abusi. Nel corso del suo pontificato circa 400 sacerdoti accusati di molestie vengono spretati. Nel 2006 è lui ad accettare le dimissioni di Theodore McCarrick, primo cardinale travolto dallo scandalo, poi dimesso dallo stato clericale da Francesco.
Nel 2019 però il papa emerito scrive che con la rivoluzione sessuale del Sessantotto è iniziato “un collasso della teologia morale cattolica, che ha reso inerme la Chiesa di fronte a questi processi della società”. Come se la pedofilia non esistesse prima di allora. Come se denunciare i crimini alle autorità giudiziarie non fosse un dovere di chi li scopriva. Come se la società avesse travolto la Chiesa, impendendole di allontanare i preti che commettevano abusi, per proteggere “questi piccoli che credono in me”.
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