“Mio padre ci ha sempre detto che quel gesto lo ha fatto semplicemente perché, da studente, vedeva qualcosa che poteva essere una minaccia per la democrazia, intravedendo il legame tra Togliatti e l’Urss” ha dichiarato il figlio.
Quei colpi calibro 38 portarono il Paese sul crinale della guerra civile tanto che fu solo grazie all’intervento pubblico di Togliatti, che si appellò alla calma e alla ragionevolezza della popolazione, che si potè evitare il peggio. Il “Migliore”, ferito alla nuca e al torace, rilasciò un’intervista dal Policlinico Umberto I di Roma, per rassicurare i militanti comunisti. La Cgil guidata da Di Vittorio sospese l’annunciato sciopero generale e i parlamentari del PCI ritirarono le loro dimissioni. A riportare la tranquillità sociale, si ipotizzò, contribuì anche la quasi contemporanea vittoria di Bartali di una tappa e poi del Tour de France di quell’anno.
Ex seminarista e poi membro della Gioventù Italiana del Littorio, figlio di un appuntato della Forestale, giovane studente di Giurisprudenza, fu presidente del blocco Liberale Qualunquista. A 25 anni si fece attentatore “per salvare il Paese dal pericolo comunista”, disse più volte.
Vent’anni fa concesse un’intervista a Repubblica: “Tenevo comizi in giro per la Sicilia, i miei erano ideali di patriottismo e di italianità che si scontravano con la politica di Togliatti, propugnatore della causa anti-italiana al servizio di Stalin. Fu proprio in quel periodo che cominciai a pensare ad un’azione che potesse fermare l’uomo che voleva portare l’Italia nel blocco orientale”.
Processato per tentativo di omicidio, fu condannato a 13 anni e otto mesi di reclusione. La pena in secondo grado fu ridotta a dieci anni e otto mesi. Dopo l’intervento della Cassazione e un’amnistia, Pallante scontò cinque anni e tre mesi di carcere per poi essere liberato nel 1953. Dopo avere lasciato la prigione, non essendo stato interdetto dai pubblici uffici, trovò lavoro alla Forestale, come suo padre, e poi alla Regione senza occuparsi più di politica.
Nell’intervista a Repubblica, ormai ottantenne, spiegò di avere comprato la pistola al mercato nero: per l’arma e quattro proiettili pagò tremila lire. Partì armato da Randazzo, nel Catanese, dove viveva, e agì da solo. “Arrivai a Roma e riuscii ad assistere ad una seduta dei lavori per l’adesione italiana al Patto Atlantico. Ascoltai il discorso di Togliatti – disse – e le sue parole furono un ulteriore sprone. Così, saputo che poco dopo sarebbe uscito da una porta secondaria, attesi il suo arrivo seduto sui gradini dell’atrio di via Della Missione. E quando lui uscì, accompagnato da Nilde Iotti, sparai quei quattro colpi. Tre andarono a segno, uno si conficcò su un cartellone”.
Pallante, sempre in quell’occasione, tenne a precisare: “Non sono un killer a pagamento, come i servizi segreti americani hanno sempre voluto farmi passare, né ho mai avuto a che fare con i baronati siciliani. Già nella mia prima deposizione in questura, subito dopo l’accaduto, dissi che il mio era un gesto patriottico che voleva vendicare tutti gli italiani uccisi dai partigiani nel nord. Il mio era un sentimento nazionalista, puramente italiano. Non ho agito contro un uomo ma contro un ideale. Il mio obiettivo non era Togliatti ma il Migliore, il capo del comunismo italiano, la longa manus di Stalin”.
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