Professore, che cosa rappresenta questo arresto così importante proprio in un momento in cui in Messico divampa la violenza?
Da conoscitore delle dinamiche criminali in America Latina, la prima differenza che mi sento di evidenziare rispetto al 2019 – quando Ovidio Guzmán, figlio di El Chapo Guzmán, fu catturato e poi rilasciato – è che questa volta lo Stato non si è arreso alla violenza inaudita delle organizzazioni criminali del narcotraffico. Questo è un dato positivo che mi preme molto rilevare. È un cambiamento di rotta importante. L’arresto di Guzmán significa per i messicani onesti che lo Stato esiste ancora. Questo è ciò che è cambiato e vi assicuro che in quelle zone non è poco.
Lo Stato questa volta resisterà alla risposta dei narcotrafficanti che sicuramente ci sarà?
Questo non saprei dirlo. Lo Stato, la magistratura, le forze dell’ordine, però questa volta li hanno affrontati e sono riusciti ad arrestare Ovidio Guzman, il capo, che è già in un carcere di massima sicurezza. Prima di quest’arresto la lotta per il traffico internazionale e per le piazze di spaccio tra i cartelli della droga ha visto nel solo mese di dicembre scorso più di 75 omicidi a Guaymas, Empalme e San Carlos. Oltre 50 omicidi a Cajeme, che comprende Ciudad Obregón e la Valle di Yaqui. La violenza è divampata anche a San Luis Río Colorado, dove i clan di El Mayo Zambada e La Chapiza si contendono la zona di confine per il traffico della droga verso gli Stati Uniti (Arizona).
Perché tutta questa violenza? Come si spiega?
L’eccessiva violenza di questi mesi è il frutto della lotta tra cartelli di narcotrafficanti e riguarda nello specifico il trasferimento di droga, armi e esseri umani tra Messico e Stati Uniti. Un giro d’affari talmente ampio che si ha difficoltà a stimare. Chi conosce un po’ la storia criminale messicana sa che nella città di Cajeme, la lotta è tra i figli di Joaquín Guzmán Loera, El Chapo – rappresentati dal suo braccio armato Los Salazar, noto anche come La Chapiza – e Fausto Isidro Meza Flores, El Chapo Isidro, leader del cartello Beltrán Leyva a Sinaloa e Sonora. Lottano anche loro per il dominio delle piazze d’ingresso della droga nel mercato statunitense. A Guaymas, il cd. “Cartello del Pacifico” combatte contro il clan di Rafael Caro Quintero, un cartello con un’ampia presenza a Caborca e nel deserto tra Sonora e Arizona, attualmente gestito da parenti del cosiddetto Capo dei Capi (El Mayo). Un’altra guerra sanguinosissima si svolge nella regione tra Sonora e Baja California, verso l’Arizona e la California, negli Stati Uniti, dalla Valle di Mexicali a San Luis Río Colorado, dove El Mayo Zambada, rappresentato da El Ruso, combatte contro La Chapiza. All’inizio di dicembre dello scorso anno, la violenza è stata molto intensa a San Luis Río Colorado, con uno scontro che ha provocato molti morti, tra cui un bambino che giocava nel suo cortile e che è stato colpito da un proiettile vagante.
Come mai i clan non trovano un accordo? Non sarebbe più conveniente per loro?
Nonostante il denaro da spartirsi sia tantissimo non si trova un accordo perché ogni cartello ricerca il predominio. È un momento in cui si sta ridefinendo la geopolitica del narcotraffico di quell’area. Quando ci sarà un vincitore poi si troveranno gli accordi e si stipuleranno le nuove alleanze criminali.
Lo Stato messicano adesso cosa farà?
Prendiamo atto che c’è già una risposta dello Stato. Il Governo messicano inoltre ha promesso l’invio di altri soldati, oltre i mille mandati per rafforzare le operazioni di polizia nei diversi territori controllati dai narcotrafficanti. Per la prima volta ci sono stati decine di arrestati con ingenti sequestri di armi e droga. Il Messico questa volta ci prova con forza e determinazione. La Comunità Internazionale non faccia l’errore di lasciarlo nuovamente solo.
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