Dopo un primo interrogatorio alla stazione di polizia dell’aeroporto, a cui può scegliere di non rispondere, Torres sarà sottoposto a visita medica e infine condotto in una struttura penitenziaria dove sarà detenuto in custodia cautelare. Il giudice del Tribunale supremo federale, Alexandre de Moraes, aveva chiesto ieri l’arresto dell’ex ministro, mentre il nuovo titolare del dicastero della giustizia, Flavio Dino, si era detto pronto a chiedere l’estradizione agli Stati Uniti d’America se non fosse rientrato spontaneamente. Il giudice ha accusato l’ex ministro di “negligenza e collusione” e individua nel licenziamento di alcuni subordinati e nella decisione di lasciare il paese gli indizi della volontà deliberata di gettare le basi per i disordini.
I guai per Torres ruotano principalmente attorno a una bozza di decreto trovata martedì nel corso di una perquisizione: il provvedimento, privo di data e di firma, esplicitando il fine di “garantire il ripristino della regolarità e correttezza del processo elettorale”, avrebbe deliberato lo “Stato di difesa”, un istituto che la Costituzione brasiliana prevede in casi di calamità naturali o gravi tumulti e consente la restrizione di alcuni diritti, tra i quali quelli di associazione, di riservatezza delle comunicazioni e semplifica l’arresto di chi è accusato di “delitti contro lo Stato”.
Fino a lunedì Torres negava ogni addebito: “Mi dispiace profondamente che vengano sollevate ipotesi assurde di qualsiasi tipo di mia collusione con la barbarie che abbiamo visto”, scriveva sui social network. Dopo la perquisizione aveva cercato di minimizzare, sostenendo che la bozza fosse “in una pila di documenti da buttare”.
Restano molti gli interrogativi che dovranno essere sciolti dai magistrati federali: chi ha scritto la bozza? Bolsonaro ne era al corrente? Avrebbe effettivamente permesso di ribaltare il risultato elettorale? E perché Torres è andato negli Usa?
Ieri la Corte suprema brasiliana aveva inoltre deciso di indagare Bolsonaro per i reati di “istigazione e paternità intellettuale” dei saccheggi all’interno dei palazzi delle istituzioni nella capitale. Avrebbe “pubblicamente incitato all’esecuzione di un reato” postando sui social un video “che contestava la regolarità delle elezioni presidenziali del 2022”, aveva dichiarato il Procuratore generale Augusto Aras.
L’avvocato dell’ex presidente, Frederick Wassef, ha affermato che il suo assistito “ha sempre ripudiato tutti gli atti illegali e criminali, e si è sempre espresso pubblicamente contro tali comportamenti illegali, così come è sempre stato un difensore della Costituzione e della democrazia. Il presidente respinge con forza gli atti di vandalismo e il saccheggio di proprietà pubblica commessi dagli infiltrati alla manifestazione. Non ha mai avuto alcuna relazione o partecipazione con questi movimenti sociali spontanei”.
È sotto indagine anche l’ex Governatore del Distretto federale di Brasilia Ibaneis Rocha, rimosso dall’incarico e accusato di “condotte omissive” che avrebbero agevolato l’assalto ai palazzi istituzionali. Il direttore generale della Polizia federale, Andrei Rodrigues, aveva affermato nei giorni scorsi che “le varie omissioni, presumibilmente intenzionali, compiute dai responsabili della sicurezza pubblica nel Distretto Federale hanno contribuito alla pratica di atti terroristici”. Oggi Rocha ha rilasciato una lunga dichiarazione alla polizia federale, accusando l’esercito di aver impedito la rimozione dell’accampamento dei bolsonaristi. Secondo il politico, lo sgombero era fissato per il 29 dicembre, ma la decisione “era stata sospesa per ordine del comando dell’esercito”. Ha inoltre presentato un documento firmato dal ministro della Giustizia e della Sicurezza, Flavio Dino, da cui emergerebbe che l’esponente del governo di Lula era stato allertato dalla polizia federale sul rischio che gli edifici del Tribunale supremo, il palazzo del Planalto e il Congresso potessero essere teatro di azioni violente. Rocha ha spiegato di essere stato in contatto con Dino, fin dalla mattina di quella domenica.
Accuse respinte prontamente a mezzo social dallo stesso Dino: “La destra golpista – scrive – insiste sul delirio che avrei potuto evitare gli eventi dell’8. Chiarisco ancora una volta, che il ministero della Giustizia non comanda la polizia salvo nel caso di intervento federale, come avvenuto nel pomeriggio dell’8. Se avessi proposto un intervento federale PRIMA degli eventi dell’8, avrebbero detto ‘Dittatura bolivariana, Corea del Nord, Cuba, ecc ecc’. Ho proposto l’intervento federale su basi reali, non su presunzioni. Non sono un profeta”, aggiunge.
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