(di Marzia Apice)
(ANSA) – ROMA, 25 GEN – DAVIDE ROMANIN JACUR, KZ 2 (Ronzani
Editore, pp.306, 20 euro). Ha senso chiedersi ai nostri giorni
perché la mattanza atroce della Shoah abbia avuto luogo? E
ancora, c’è bisogno di continuare a indagarne le motivazioni,
storiche, religiose, economiche, andando contro – fatti e numeri
alla mano – ai cosiddetti riduzionisti e negazionisti? La
risposta è sì, ma non per una mera stimolazione della ‘memoria’
quanto per produrre una consapevolezza viva e fertile sia nelle
nuove che nelle vecchie generazioni: è questa la missione di
Davide Romanin Jacur, autore di “KZ 2”, in libreria dal 25
gennaio per i tipi di Ronzani Editore. Concepito in
continuazione con “KZ lager”, precedente volume nel quale
l’autore ricostruiva le decine di viaggi compiuti in qualità di
guida con studenti ed adulti nei luoghi dello sterminio ebraico,
il libro torna nei luoghi concentrazionari, di ghettizzazione e
di massacro ma stavolta in quelli meno conosciuti e quasi mai
visitati per mostrare, componendo una geografia dell’orrore, la
capillarità dello sterminio che avvenne sotto gli occhi del
mondo il secolo scorso. Nel volume, con la prefazione di Mario
Isnenghi, non mancano cartine e fotografie, alcune molto
drammatiche, che si uniscono a una narrazione scorrevole, in cui
i tantissimi dati e dettagli informativi si fondono alle
riflessioni e alle considerazioni personali. Nello sforzo di
continuare a raccontare la tragedia che ha colpito il popolo
ebraico indagando in modo lucido le “ragioni” della
persecuzione, Davide Romanin Jacur ripercorre le direttrici
dell’invasione nazista, nazione per nazione, mostrando i
programmi del nazismo e i suoi luoghi. “Gli storici ci dicono
che i campi furono almeno 1.600, ma sicuramente molti di più;
cui si aggiungono i plurimi luoghi di massacro e annientamento
fisico delle persone, e la reinvenzione dei ghetti dove la
costrizione fungeva da decimazione e transito verso lo
sterminio”, si legge nell’introduzione, “tra gli uni e gli altri
cito 372 luoghi di abominio distribuiti in tutta Europa,
dall’Atlantico all’ovest della Russia; oltre a una faticosa
composizione in sommatoria delle descrizioni, che fissa una
media (tra minimo e massimo) di 5.273.000 ebrei cancellati
dall’umanità soltanto nei siti qui citati”. L’autore prosegue la
sua indagine spiegando i valori dell’ebraismo che lo sterminio
tentò di cancellare, ma anche provando a rispondere alle tante
domande che gli sono state poste durante i viaggi della memoria,
dalla presenza o assenza di Dio ai fondamenti della religione
ebraica fino al significato di “popolo eletto”. Oltre alla
sezione dedicata specificamente al nostro Paese (nel capitolo
vengono indicati i 77 campi di concentramento italiani, i 46
eccidi perpetrati in Italia, le 26 retate di ebrei compiute
nelle nostre città), colpisce il proposito dell’autore di
provare ad andare oltre la cifra “stereotipata” dei 6 milioni di
ebrei morti, i due terzi del totale, per restituire così a ogni
singolo numero la dignità di una persona. “Tutti avevano in
comune il difetto di essere nati; credenti o indifferenti,
osservanti o lontani, sapienti o ignoranti, addirittura figli o
nipoti o bisnipoti accomunati nell’originaria colpa dei padri.
Tutti insieme nominalmente appartenenti a un popolo che si è
visto sottrarre la sua componente maggiore, quella europea.
Questo era il reato che li accompagnò alla esecuzione, senza
dimostrazione di colpa, senza processo; senza difese, senza
familiari che potessero dolersene, senza qualcuno che
protestasse; come animali al macello”, si legge in chiusura del
libro, “La gente conosce il numero, dimentica il significato. Io
desidererei far capire il significato anche attraverso i
numeri”. (ANSA).