Le indagini scattate subito dopo la cattura di MMD, alias Andrea Bonafede, stanno portando alla luce una rete di fiancheggiatori, persone che, a partire dal medico Alfonso Tumbarello, sono affiliate a logge massoniche regolari. Probabilmente non a caso MMD ha scelto Campobello di Mazara e il trapanese, come prima di lui hanno fatto altri boss mafiosi, per vivere tranquillamente, a viso scoperto, da latitante. In quella cittadina, infatti, e in quella provincia, la presenza di logge massoniche è abnorme. Tumbarello è stato immediatamente sospeso dal GOI dal gran maestro Bisi. Stiamo dunque parlando di logge regolari, alle quali dovremmo aggiungere quelle che non lo sono: le logge coperte, invisibili. La dottoressa Principato ha anche parlato della rivelazione fatta da un collaboratore di giustizia, secondo il quale MMD sarebbe stato egli stesso massone ed avrebbe costituito una propria loggia, denominata “La Sicilia”. Quest’ultima affermazione non mi stupisce: anche i precedenti capi di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Totò Riina, massoni, avrebbero creato, stando alle dichiarazioni rese da attendibilissimi collaboratori di giustizia, organizzazioni massoniche autonome, denominate “Loggia dei Trecento” (Bontate) e “Terzo Oriente” (Riina). Quanto al Venezuela, paese nel quale MMD poteva contare sull’appoggio di famiglie mafiose (Cuntrera e Caruana), posso dire che il Venezuela è stato un punto di riferimento strategico per Cosa Nostra anche dal punto di vista massonico. Il gran maestro del Venezuela Popper, giova ricordarlo, fu accolto in pompa magna a Palermo da Giuseppe Mandalari, mafioso, il commercialista di Totò Riina che aveva fondato alla fine degli anni ’70 una obbedienza denominata “Accademia di Alta Cultura” nella quale aveva accolto le logge coperte trapanesi di Giovanni Grimaudo, quelle che celavano la propria attività all’ombra del Circolo culturale Scontrino, in via Carreca.
Quante sono le logge in Italia?
Se ci riferiamo alle logge che dipendono dalle tre uniche comunioni massoniche regolari (Grande Oriente d’Italia, Gran Loggia d’Italia degli ALAM e Gran Loggia Regolare d’Italia), sono circa 1.500. Il numero diventerebbe ben più alto se includessimo anche le logge irregolari, segrete, coperte, quelle che nel mio libro chiamo “invisibili”. Pensi che in Italia operano più di 200 obbedienze massoniche irregolari.
Quale è la differenza tra massoneria regolare e irregolare?
Per entrare a far parte della famiglia massonica internazionale, una Gran Loggia (da cui dipendono tutte le logge di un determinato territorio), deve possedere tre requisiti fondamentali: regolarità, legittimità, riconoscimenti internazionali. Sintetizzando al massimo, deve lavorare nel rispetto degli “Antichi principi e doveri”, ovvero delle Costituzioni di Anderson del 1723 (la massoneria è nata in Inghilterra), la prima carta regolamentare massonica, aggiornata nel 1929 con il contributo della massoneria americana. La Gran Loggia deve essere costituita in modo regolare, dotarsi di una Costituzione e di un Regolamento, solo così potrà ottenere il riconoscimento internazionale delle massonerie che contano (Gran Loggia Unita d’Inghilterra, Grandi Logge americane, Supremi Consigli del Rito Scozzese Antico ed Accettato americani, massoneria francese). Nella massoneria coperta o deviata tutto ciò, ovviamente, non esiste.
Quali sono le regioni con più logge?
La Toscana, il Piemonte e la Sicilia. Se parliamo di massoneria regolare, la regione con il più alto rapporto tra iscritti a logge e popolazione, è la Toscana, ma seguono a ruota l’Umbria e la Calabria. Se parliamo di massoneria irregolare, assegnerei il primo posto alla Calabria, il secondo alla Sicilia.
Come è la situazione in Calabria e Sicilia?
In queste regioni opera un numero imprecisato di logge massoniche occulte, alle quali dobbiamo aggiungere associazioni paramassoniche ed Ordini cavallereschi deviati ed irregolari. La situazione diventa ancor più complessa quando logge regolari si dotano di un doppio piedilista: uno ufficiale e uno segreto, o quando la casa madre delle logge, come nel caso della Gran Loggia dei Garibaldini, che ha una importante loggia a Vibo Valentia, si trova a San Marino, uno dei territori più ambiti dalla massoneria occulta italiana.
Allarghiamo un po’ lo sguardo, come si è sviluppato, nel tempo, il rapporto tra logge occulte e mafie?
Prima della metà degli anni ’70, gli ingressi di soggetti mafiosi nelle logge, anche regolari, erano per lo più dettati dal desiderio di raggiungere una sorta di promozione sociale, stabilendo rapporti con la migliore borghesia cittadina: professionisti, imprenditori, magistrati, avvocati, amministratori pubblici, politici. Per quanto riguarda Cosa Nostra, la situazione cambiò radicalmente nel 1977, quando, come hanno concordemente raccontato più collaboratori di giustizia del calibro di Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Leonardo Messina e Gaspare Mutolo, una potente loggia massonica coperta propose l’affiliazione dei principali esponenti delle famiglie mafiose. I vertici dell’organizzazione, dopo aver discusso e riflettuto, accettarono (non tutti) la proposta. Ed è così che inizia il processo di ingresso nelle logge occulte. E’ così che nasce un’alleanza, un patto, tra mafia e massoneria. La stessa identica cosa accadde in Calabria, qualche anno prima, intorno alla metà degli anni ’70, quando la ‘Ndrangheta dette vita ad un nuovo grado, quello della “Santa”, appositamente concepito per accogliere i capi bastone che avevano raggiunto, in massoneria, il più alto grado, ovvero il 33°. Il sodalizio masso-mafioso, in Calabria, si caratterizzò per la presenza di una terza componente: elementi della destra eversiva.
Per quale motivo boss mafiosi come Bontate, Riina, e forse MMD, avrebbero costituito proprie logge o obbedienze?
Per poterle direttamente gestire, saltando ogni mediazione con altri massoni. Non dobbiamo dimenticare che lo status di massone equivale ad avere in tasca un passaporto per intrecciare rapporti con la massoneria di tutto il mondo. Questo sul piano internazionale. Per quanto riguarda i vantaggi sul territorio, superfluo precisare che le logge coperte di cui parliamo non sono logge di soli mafiosi. Non servirebbero a niente. Come tutte le logge coperte che si rispettano, sono a composizione mista. Basti pensare alla P2, al già citato CAMEA, alle logge coperte periferiche della Gran Loggia d’Italia di Piazza del Gesù, portate alla luce dalla Commissione P2. Tra queste, la “Armando Diaz” di Palermo. Quando il giudice Falcone ne sequestrò nel 1986 l’elenco, insieme a quelli delle altre logge siciliane della Gran Loggia d’Italia, scoprì che non vi erano solo alcuni mafiosi eccellenti, ma anche esponenti di spicco della migliore borghesia palermitana e siciliana.
La P2 ha avuto rapporti con le mafie?
Diretti con la ‘Ndrangheta, attraverso piduisti calabresi come Carmelo Cortese ed altri soggetti emersi nelle più recenti inchieste del procuratore Gratteri e del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Lombardo. Licio Gelli, inoltre, sviluppa tutta una serie di rapporti con le organizzazioni mafiose (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita) nella cosiddetta “stagione delle leghe”, negli anni in cui mafie, massonerie e destra eversiva danno vita, soprattutto nel Mezzogiorno, a molteplici Leghe, nell’ambito di una condivisa strategia di attacco allo Stato. Siamo dunque nel triennio 1991 – ’93. Possiamo inoltre ricordare i rapporti tra loggia P2 e Banda della Magliana, a sua volta collegata con Pippo Calò, “il cassiere” di Cosa Nostra. Ma le novità più inquietanti sono quelle emerse nel procedimento “Sistemi criminali” della DDA di Palermo, dove sono state raccolte testimonianze sui rapporti tra Gelli e Bontate, tra loggia P2 e “Loggia dei Trecento”, tra P2 e “CAMEA” (Centro Attività Massoniche Esoteriche Accettate), l’Obbedienza che aiutò Sindona durante la sua permanenza in Sicilia nell’estate del ’79, quando il banchiere cercò invano di accreditare di essere stato sequestrato da un fantomatico gruppo rivoluzionario.
Secondo lei come si sono comportate le Obbedienze massoniche regolari del nostro paese nei confronti del pericolo, più volte segnalato dalla Commissione Antimafia, di infiltrazioni mafiose?
Più che di un pericolo, possiamo parlare di una certezza. Svariate logge sono state infatti “demolite” nel corso degli anni adducendo motivazioni anche stravaganti, quando in realtà il vero problema era quello della presenza in queste logge, e del loro controllo, da parte di soggetti mafiosi. Le obbedienze regolari avrebbero dovuto e potuto fare molto di più. Finora non lo hanno fatto, ma sono ancora in tempo per intervenire, sottoscrivere una sorta di “protocollo” antimafia in difesa dei massoni onesti. E sollevare il problema della indiscriminata utilizzazione, da parte di associazioni di fatto costituite, del termine “massoneria”, quasi sempre usurpato.
Lei ha scritto un libro sulle alleanze tra mafie e logge coperte (“Padri e padrini delle logge invisibili”, Castelvecchi), dove parla molto del principe Giovanni Alliata di Montereale. Chi era?
Ho raccontato la storia del principe dallo sbarco degli alleati in Sicilia fino all’anno della sua morte, avvenuta nel 1994, quando si trovava agli arresti domiciliari disposti dalla procura di Palmi nell’ambito dell’inchiesta sulle deviazioni della massoneria, perché è un uomo simbolo della destra eversiva (inchieste sulla strage di Portella della Ginestra, sul golpe Borghese e sulla Rosa dei Venti), della mafia (affiliato in modo “riservato” alla famiglia mafiosa di Brancaccio) e della massoneria occulta (affiliato alla loggia P2 e poi punto di riferimento della massoneria coperta siciliana). Era inoltre un maniacale anticomunista, legato ad una rete internazionale. Alliata mi ha consentito dunque di esplorare le tre componenti fondamentali del sistema criminale italiano: mafia, massoneria deviata, destra eversiva.
Piera Amendola è stata documentarista della Camera dei deputati e, dal 1981 al 1988, responsabile dell’archivio della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, divenendo una delle più strette collaboratrici dell’onorevole Tina Anselmi. Ha diretto l’archivio degli atti giudiziari dell’Alto Commissariato per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa e ha collaborato con la Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Nell’XI legislatura ha diretto l’archivio della Commissione parlamentare antimafia presieduta dall’onorevole Luciano Violante. È stata consulente delle procure della Repubblica di Palermo, Napoli, Brescia, Aosta e Perugia. Attualmente è consulente dell’Avvocatura Generale dello Stato di Bologna e fa parte del consiglio direttivo dell’Archivio Flamigni.
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