Quando un detenuto inizia lo sciopero, dice ancora De Robert, “bisogna intervenire in maniera adeguata, ad esempio i detenuti devono essere pesati tutti i giorni. E al di là della tutela della salute, bisogna capire le motivazioni, capire se si può dare una risposta e quale, capire se si può intervenire senza cedere”. Che sia una forma di protesta diffusa tra i detenuti per rivendicare quelli che considerano loro diritti, anche se si trovano al 41 bis, lo ribadisce anche il garante dell’Umbria Giuseppe Caforio “Quello allo sciopero della fame è un diritto e come tale va rispettato – dice – ma purché non metta in pericolo la vita del detenuto. Lo Stato non può consentirgli di arrivare fino alla morte e ha gli strumenti per intervenire. Il trattamento sanitario obbligatorio alimentare è uno di questi”.
In Umbria ci sono circa 150 detenuti al 41 bis, reclusi negli istituti penitenziari di Spoleto e Terni. E diversi di loro chiedono l’intervento del Garante. “Si rivolgono a noi – spiega Caforio – soprattutto per questioni sanitarie e le istanze sono cresciute nel post pandemia. E’ difficile curare patologie importanti come può essere un tumore in quel regime di detenzione e altrettanto complicato è un trasferimento in ospedale”. Secondo Caforio il carcere duro “è una forma di detenzione che ha funzionato per certi reati. Ma ha sollevato diversi dubbi e critiche, da organizzazioni umanitarie internazionali, in termini di civiltà giuridica. E’ stata fatta usa scelta, di usarlo per debellare certi fenomeni criminali gravi come mafie e terrorismo”. Ecco perché, conclude Caforio che è avvocato e giurista, il 41 bis “portato all’eccesso in termini di durata, confligge con la funzione rieducativa che deve avere la pena”. “Ci sono dei correttivi che potrebbero essere attuati – ha concluso – magari introducendo sistemi di verifica dopo lunghi periodi di applicazione” del carcere duro.