Si teme un “D-Day” quando ricorrerà un anno esatto dall’inizio della guerra.
Si teme un “D-Day” quando ricorrerà un anno esatto dall’inizio della guerra.
I segnali preoccupanti dal cielo
Due giorni fa, caccia F-35 olandesi – di stanza in Polonia – si erano alzati in volo all’alba per intercettare e tenere a bada tre aerei russi nell’area di Kaliningrad: lo spazio aereo della Moldava è stato chiuso (e poi riaperto) nel timore che un drone non identificato stesse sorvolando il Paese, al contempo – lo stesso giorno – il servizio d’intelligence norvegese aveva messo in guardia gli alleati occidentali: “Mosca ha iniziato a dispiegare navi e sottomarini con armi nucleari tattiche nel Mar Baltico (per la prima volta dalla caduta dell’Urss)”.
Il Cremlino – continuava l’intelligence del paese scandinavo – starebbe “ammassando caccia al confine con l’Ucraina per un massiccio assalto aereo, dato che l’offensiva di terra fatica a portare i risultati sperati”.
Ma la notizia del giorno è l’ammissione della Nato che cominciano ad esserci problemi di approvvigionamento degli armamenti, fattore dovuto al lento logoramento degli arsenali – ucraini, ma anche occidentali – usati a man bassa negli ultimi 12 mesi per contrastare le forze russe.
Nato: “Più munizioni per l’Ucraina”
La Nato spinge sulle munizioni per aiutare l’Ucraina mentre l’Unione Europea ha annunciato il suo decimo pacchetto di sanzioni da 11 miliardi di euro per colpire la Russia. I Paesi dell’alleanza atlantica stanno aumentando la produzione di proiettili d’artiglieria da 155 mm ma “devono incrementarla ulteriormente per aiutare l’Ucraina“, a dirlo è stato il segretario generale, Jens Stoltenberg, parlando al termine della ministeriale della Difesa a Bruxelles. Una produzione che comporta anche denaro in più, finanziamenti della lunga guerra, ed anche su questo punto, il numero uno della Nato è stato chiaro: “Se era giusto impegnarsi a spendere il 2% del Pil nel 2014, adesso lo è ancora di più. Perché viviamo in un mondo più pericoloso – ha dichiarato Stoltenberg – dovremmo considerare il 2% del Pil, come una base minima”.
La corsa alle armi per difendere Kiev
Mentre le truppe russe ed ucraine – in un sostanziale “stallo” che dura ormai da qualche mese – continuano a contrapporsi sul fronte caldo del Donbass, soprattutto nei dintorni della città chiave di Bakhmut, le promesse occidentali di nuovi tank ed armamenti fanno i conti con il tempo, che diventa un vantaggio per il gigante russo, che ha potuto approfittare degli ultimi mesi dove il conflitto aver perso l’aggressività iniziale, per rimpiazzare i militari caduti con i nuovi reclutati per “l’operazione speciale”.
In primis – dopo averli richiesti a gran voce ed in più contesti internazionali da parte del presidente Zelensky – i carri armati.
La “chimera” dei Leopard, ancora non arrivati in numero rilevante
Chiesti, annunciati, poi smentiti, con cifre che hanno continuato a ballare per settimane: sono i carri armati “Leopard”, indispensabili – secondo quanto dichiarato in più occasioni da Zelensky – per contrastare un eventuale e quasi certo, attacco massiccio di Putin.
Indispensabili – anche più dei tank Ambrams, promessi dagli Stati Uniti – perchè tra i più diffusi tra i partner europei, e dunque con larga disponibilità – nelle loro diverse versioni – di pezzi di ricambio e possibilità dunque, di affrontare un lungo conflitto sul campo.
Pistorius: “Solo mezzo battaglione di tank per Kiev”
Ed anche qui, le cose non sembrano volgere al meglio per il paese invaso: giusto ieri, dopo le consultazioni con i partner Nato a Bruxelles, la dichiarazione del ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius: “Non raggiungeremo la forza di un battaglione di carri armati Leopard 2A6 per l’Ucraina, si tratterà quindi al momento di un mezzo battaglione”. Una doccia fredda per Kiev: oltre ai 14 carri armati promessi dalla Bundeswehr, infatti, solo il Portogallo al momento è già pronto a fornire altri tre panzer del modello 2A6. (Un battaglione ucraino è formato da 31 carri armati in totale).
I carri in arrivo da Portogallo e Polonia
I Paesi Bassi invece, avevano ipotizzato di mandare a Kiev 18 Leopard 2A6 che l’esercito olandese aveva preso in prestito proprio dalla Bundeswehr. Ma anche su questi tank le notizie non sono incoraggianti: secondo il ministro della difesa della Germania infatti “Quei panzer non possono essere mandati perché si rischierebbe un ulteriore indebolimento della prontezza operativa della Bundeswehr”. Saranno invece in arrivo alla fine di Marzo – concludeva Pistorius – “I 14 panzer Leopard 2A6 tedeschi”, ed a questi si aggiungeranno – probabilmente molto prima – 14 carri Leopard (ma del modello 2A4) dalla Polonia.
Una coperta troppo corta, che va ad incidere sull’arsenale occidentale, che nessuno sembra voler tirare dalla parte dell’Ucraina, che rischia di avere un numero di carri armati sul campo, non sufficiente ad ostacolare un eventuale attacco russo massiccio condotto con i T-90 e le sue nuove versioni sul campo.
Il “giallo” dei palloni spia arriva anche sull’Ucraina
Dopo l’abbattimento dei presunti palloni spia cinesi sui cieli americani, ed il botta e riposta tra Cina ed Usa, questa mattina “Sei obiettivi aerei ostili (vale a dire, possibili palloni spia, n.d.r) sono stati individuati dalle autorità ucraine nei cieli di Kiev”: l’annuncio dall’aeronautica ucraina che ha specificato come alcuni siano “stati abbattuti”. La dichiarazione da fonti militari al Guardian.
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