Non eravamo i soli degni di tanta attenzione. Negli stessi giorni altre lettere di protesta erano state spedite a tedeschi, francesi e svizzeri che si erano occupati del caso. A svelarlo sono alcun file della presidenza brasiliana, da poco desecretati e riportati dalla stampa brasiliana.
Le indagini su quel clamoroso delitto, eseguito da tre sicari che esplosero contro la donna 13 colpi di mitraglietta uccidendo anche l’autista Anderson Gomes, hanno portato all’arresto di uno dei due presunti killer e di chi guidava l’auto del commando. Il primo si chiama Ronnie Lessa, 48 anni, ex ufficiale di polizia, e viveva a Barra da Tijuca, nella Zona Sud di Rio, nello stesso palazzo dove alloggiava anche il figlio dell’ex presidente, Carlos. I due erano amici, più che conoscenti. E almeno in un’occasione, confermata ma poi ritrattata dal portiere dello stabile, Lessa citofonò all’interno di Carlos chiedendo se “c’era lui”. Quel lui si riferiva presumibilmente al padre. Ma essendo un modo generico per indicarlo, non è mai stato provato che fosse effettivamente l’allora presidente del Brasile.
Nel gennaio del 2018 un filone dell’inchiesta sulla morte di Marielle portò anche all’arresto del capitano della Polizia Militare Adriano Magalhães da Nóbrega. L’articolo che mandò su tutte le furie Bolsonaro riportava l’uccisione di Magalhães, ormai scarcerato e latitante, sorpreso da un’operazione di polizia a Bahia. Repubblica avanzò, come tutti i giornali brasiliani, sospetti su questo conflitto a fuoco terminato con la morte di un testimone importante del caso Marielle Franco. Magalhães, probabilmente, sapeva chi aveva ordinato di far fuori l’attivista di colore. Lo rivelò la rivista Veja, entrata in possesso di un’intercettazione telefonica nella quale la sorella del sicario diceva alla zia: “È stata un’esecuzione. Avevano già deciso di chiudere il file Adriano. I mandanti siedono a Planalto” (il palazzo presidenziale, ndr). Era la parola della sorella. Il dovere di cronaca imponeva di riportarla.