Fa parte di un’informativa della Guardia di finanza di Bergamo agli atti delle indagini, un capitolo della quale si intitola proprio “Commistione tra Organo tecnico e Organo politico”. Il Cts, si legge, era nato “come ausilio e supporto tecnico scientifico per il Capo del Dipartimento della Protezione Civile, anche se poi è diventato non solo un organo consultivo del potere politico”. In più occasioni, l’allora ministro Roberto Speranza “ha concordato con Silvio Brusaferro (direttore dell’Iss e componente del Cts, ndr) quale sarebbe poi stata l’indicazione del comitato sui vari quesiti che gli venivano posti”. Inoltre, “come si evince dai verbali, alle riunioni del Cts vi ha partecipato lo stesso ministro, il vice ministro Pierpaolo Sileri, la sottosegretaria Sandra Zampa e, in alcuni casi, il presidente Giuseppe Conte, circostanze, queste, che, unitamente al fatto che lo stesso Cts era composto da diversi dirigenti ministeriali, potrebbero aver inciso sulla piena autonomia di questo organo”.
Da un altro capitolo della stessa informativa emerge che “la direzione prevenzione del ministero della Salute non disponeva di personale in grado di tradurre correttamente dall’inglese all’italiano“. E i documenti “da tradurre venivano inviati” ad una società a Cagliari. Questa “circostanza potrebbe spiegare il perché alcuni provvedimenti ministeriali sono stati adottati diversi giorni dopo la pubblicazione degli alert da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità“. Solo dopo il 20 febbraio, si legge, “è iniziato un frenetico e caotico tentativo di organizzare il sistema di risposta”. Prima di quella data, “poco o nulla è stato fatto, ad ogni livello, anche in ragione della frammentazione delle responsabilità e della poca chiarezza della linea di comando”.
“Celebrare processi sulla pubblica via è disdicevole. È facile fare le analisi e dare giudizi con il senno di poi. In questo paese ogni volta dopo un fatto eclatante si apre un’inchiesta. È una china pericolosa” perché così “finisce che chi ha delle responsabilità fa il suo compitino e pensa solo a proteggersi”. Lo afferma in un’intervista al Corriere della Sera il presidente del Veneto Luca Zaia, parlando dell’inchiesta di Bergamo. Tutti, “in quei giorni, abbiamo fatto scelte più o meno azzeccate”, prosegue, “non si possono giudicare decisioni e comportamenti con gli occhi di oggi. Tutto va cristallizzato in quel momento. Anche pensando a quel che è successo a me. In quei primi giorni di diffusione della pandemia il mood corrente era quello di riaprire, di continuare a fare la vita di sempre perché si pensava di avere a che fare con qualcosa di simile ad un’influenza”. Per dieci giorni “mi hanno lapidato per aver preso decisioni drastiche. Ma se quella fosse stata davvero un’influenza, oggi sarei io il pirla che finisce rinviato a giudizio, accusato anche di danno erariale”. In una fase emergenziale “le decisioni sono emergenziali. E ricordo che rischiano di finire a processo alcuni dei migliori scienziati del nostro paese” e rischia di passare “all’opinione pubblica un messaggio sbagliato”, cioè che “questo paese sia in mano a degli irresponsabili. Ma non è così. Anzi, in Italia sono state prese misure poi copiate da altri”.
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