Al suo fianco ci sono Qatar Holding con il 5,03% e Olayan Group al 4,93% e insieme formano un blocco che sfiora il 20% del capitale. Fuori dall’area del Golfo si va negli Usa, con BlackRock appena sopra al 4%. Secondo l’amministratore delegato del fondo americano Larry Fink si paga oggi il prezzo di “decenni di denaro facile” e Robert Kiyosaki, l’investitore che aveva previsto il tracollo di Lehman Brothers nel 2008, ritiene che Credit Suisse sarà la prossima vittima. Nouriel Roubini afferma invece che la banca sia “troppo grande per fallire ma anche per essere salvata”. Il ‘no’ saudita ha avuto pesanti contraccolpi nel Vecchio Continente, anche se la Banca centrale svizzera ha fatto sapere che offrirà liquidità a Credit Suisse se necessario. E la Finma, l’autorità di supervisione dei mercati finanziari svizzera, assicura che Credit Suisse soddisfa i più alti requisiti di capitale e liquidità applicabili alle banche importanti a livello di sistema. Gli indici di Borsa sono comunque tornati in negativo in Europa dopo il rimbalzo della vigilia, bruciando complessivamente 355 miliardi di euro di capitalizzazione. Milano ha perso il 4,61%, Londra il 3,83%, Parigi il 3,58%, Francoforte il 3,27%, mentre Zurigo ha limitato il calo all’1,87%. A metà giornata anche Wall Street segnava un pesante rosso con il Down Jones a -2,14%, il Nasdaq in calo dell’1,40% e lo S&P 500 in flessione dell’1,94% Che la banca svizzera navigasse in cattive acque lo si sapeva da tempo. Nel 2021 erano falliti i fondi speculativi Usa Archegos e Greensill, con un costo per Zurigo di oltre 6 miliardi di franchi (6,16 miliardi di euro).
Da allora Credit Suisse ha cercato di fare quadrato con l’avvicendamento tra Thomas Gottstein e Ulrich Korner alla guida del gruppo e mettendo a punto una strategia di rilancio e di tagli, ma il 2021 si è chiuso con un rosso di 1,5 miliardi di franchi. L’anno prima invece era in utile per 2,7 miliardi di franchi (-22%). Il 2022 invece è stato ancora più difficile, con una perdita annunciata di oltre 7 miliardi di franchi. Un dato previsto da S&P, che lo scorso 9 febbraio ha tagliato il rating a ‘Bbb-‘, ma indicativo di una situazione deteriorata. Dopo i rilievi della Sec, l’autorità dei mercati Usa, che ha messo in dubbio l’attendibilità delle comunicazioni finanziarie precedenti, l’allarme rosso è scattato già ieri. Alla Morgan Stanley Conference l’amministratore delegato Ulrich Koerner ha spiegato sì che l’esposizione in Svb di Credit Suisse “non è rilevante” e che i deflussi di depositi si sono “moderati significativamente” anche se non si sono fermati del tutto, ma ha ammesso anche “sostanziali debolezze” sui controlli interni della banca. Il definitivo affossamento del titolo però è avvenuto oggi dopo che il presidente della Banca Nazionale Saudita Ammar Al Khudairy ha fatto un passo indietro per motivi statutari. Al di là degli azionisti e delle dinamiche di mercato, su Credit Suisse si è concentrata anche l’attenzione delle istituzioni e della politica internazionale. La Bce sta chiedendo alle banche di tutta Europa di comunicare la loro esposizione sull’istituto di Zurigo. La presidente del consiglio Giorgia Meloni, senza fare nomi ha annunciato la “massima attenzione del governo sui mercati finanziari”, mentre il primo ministro francese Elisabeth Borne ha chiesto alle autorità svizzere di “intervenire” direttamente, annunciando un incontro tra il ministro dell’economia Bruno Le Maire ed il suo omologo a Berna.