Figlio dell’ex presidente Akhmad Kadyrov, insediato nel 2000 da Putin al termine della seconda guerra cecena e assassinato quattro anni dopo, il sanguinario Kadyrov sarebbe stato tra i pochissimi nella cerchia ristretta del presidente russo a sapere in anticipo dei piani per un attacco su vasta scala al Paese confinante, il 24 Febbraio del 2022.
Non si sa di preciso quanti soldati Kadyrov abbia inviato in Ucraina ma il numero sarebbe tutt’altro che trascurabile.
Secondo i primi rapporti disponibili – datati 2022 – sarebbero da un minimo di 10mila a un (improbabile) massimo di 70 mila unità schierate sul fronte ucraino. E in alcune immagini dal fronte l’intelligence occidentale ha immortalato alcuni dei piu’ stretti consiglieri di Kadyrov, come Daniil Martynov, ex ufficiale dei corpi speciali del Fsb, il servizio segreto interno russo, che avrebbe addestrato le “truppe d’elite” cecene.
E proprio dall’Fsb sarebbe arrivata la soffiata che ha consentito alle forze ucraine di eliminare il commando ceceno spedito a uccidere il presidente Volodymyr Zelensky (all’inizio del conflitto) secondo un’informazione che fu diffusa da Kiev che il Cremlino non aveva smentito con la consueta risolutezza, sollevando numerosi interrogativi.
Quel che e’ certo e’ che i “Kadyrovtsy” hanno svolto un ruolo di rilievo nell’offensiva. Secondo diversi media americani, in quel Febbraio dove iniziò il conflitto russo-ucraino, le sue milizie sarebbero state coinvolte “nell’assalto alla periferia occidentale di Kiev ed al cruciale aeroporto di Hostomel, il primo giorno di guerra”.
Kadyrov è il leader della Repubblica russa di Cecenia, che negli anni è diventata una sorta di uno Stato nello Stato dove, dove in molti ambiti si applica la “sharia”. 46 anni, si e’ spesso descritto come il “soldato di fanteria” di Putin. Governa con pugno di ferro questa repubblica del Caucaso russo a maggioranza musulmana dal 2011, ed è stato ripetutamente accusato dagli Stati Uniti e dall’Unione europea di violazioni dei diritti, che lui ha sempre negato. I suoi uomini – una vera e propria milizia paramilitare al suo comando e ritenuta responsabile di torture, rapimenti e arresti arbitrari – sono dietro la campagna di persecuzione contro gli omosessuali, denunciata e documentata nel 2017 dal giornale Novaya Gazeta, e a cui Kadyrov rispose con la ormai celebre frase “non ci sono gay in Cecenia”.
Due anni prima, nonostante le smentite del Cremlino, si era ipotizzato un suo diretto coinvolgimento nella morte dell’oppositore ed ex vice premier russo, Boris Nemtsov, suo grande critico e assassinato di fronte al Cremlino in un delitto di cui ancora non e’ stato individuato il mandante.
Dopo la fine dell’Urss nel 1991, Mosca ha combattuto due feroci guerre contro i separatisti in Cecenia. Da allora ha versato ingenti somme di denaro nella regione per ricostruirla e ha concesso a Kadyrov una larga misura di autonomia in cambio di fedelta’ e stabilita’.
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