Sul tavolo ci sono sicuramente i fondi Ue, anche quelli bloccati, dopo la svolta autoritaria del presidente tunisino Kais Saied oltre al prestito di 1,9 miliardi di dollari destinato a sostenere la Tunisia e sospeso dal Fondo monetario internazionale. Ma nelle prossime settimane l’Europa ascolterà anche le richieste del governo di Tunisi, alle prese con la grave crisi economica e le tensioni interne, per far fronte a due aspetti cruciali: trovare soluzioni operative per fermare le partenze e aumentare i controlli alla frontiere terrestri. Il Paese è infatti solo un territorio di transito per salpare verso il Mediterraneo mentre i profughi che partono sono originari di Congo, Camerun, Nigeria, Costa d’Avorio e Guinea, Sierra Leone, Siria, Tunisia, Marocco e Burkina Faso, in tanti dicono di aver pagato tremila dinari tunisini per la traversata. Tra le attività da finanziare ci sono quindi la lotta ai trafficanti, la gestione dei confini e il rimpatrio forzato di migranti. Del resto l’ultimo memorandum d’intesa tra Italia e Tunisia prevede uno stanziamento di 200 milioni di euro tra il 2021 e il 2023, di cui undici milioni per la cooperazione sulla migrazione.
Così come già successo per la Libia, potrebbero essere fornite alla Tunisia motovedette o – se richiesto – anche droni per potenziare il pattugliamento e mezzi più tecnologici per i controlli. L’Italia e altri Paesi potrebbero anche mettere a disposizione uomini per l’addestramento delle forze di sicurezza locali che saranno impegnate alle frontiere. Grazie agli aiuti, economici e non, il governo potrebbe quindi tornare a stringere la morsa contro i trafficanti e intensificare le verifiche ai confini terrestri e marittimi. Ma anche in queste ore è comunque senza sosta l’attività della Guardia costiera tunisina, la quale ha riferito di aver sventato negli ultimi tre giorni 79 tentativi di partenza, soccorrendo quasi tremila persone a bordo di imbarcazioni in difficoltà al largo di Sfax e Chebba. Il risultato riportato dal portavoce della Guardia nazionale di Tunisi è emblematico: solo nove delle persone soccorse sono di cittadinanza tunisina, le restanti sono originarie di vari territori dell’Africa subsahariana.