L’agenzia Miran riferisce che sono stati emessi “avvisi necessari” anche al proprietario del negozio per garantire il rispetto della legge.
Quello dell’esercente contro le forze di sicurezza è un gesto senza precedenti nella Repubblica islamica, dove da mesi è in corso una massiccia protesta antigovernativa nata proprio con la ribellione delle donne iraniane verso l’hijab obbligatorio. La miccia è stata la morte di una studentessa curda Mahsa Amini avvenuta il 16 settembre dello scorso anno, mentre era in custodia della cosìddetta polizia morale, accusata di per aver indossato “in modo scomposto” il velo obbligatorio.
A quasi sei mesi dall’inizio della protesta chiamata Donna Vita Libertà capeggiata dalle giovani iraniane, e dopo oltre 500 vittime e 19000 arresti, il video estrapolato dalle telecamere di sicurezza del negozio di alimentari, diffuso sul web, è divenuto virale indignando la comunità internazionale.
Solo ieri il ministero dell’Interno aveva diffuso una nota in cui dicharavano che il velo obbligatorio è “uno dei fondamenti della civiltà della nazione iraniana” e, per questo, “non c’è stato e non ci sarà alcun ritiro o tolleranza” per chi non rispetta “i principi”, “le regole religiose” e “i valori tradizionali” vigenti nel grande paese del Medio Oriente a guida sciita. Velo che dagli oppositori del regime è considerato come “il muro di Berlino se crolla il velo, crolla la Repubblica islamica”, ha detto l’attivista esule negli usa Masih Alinejad.
Proprio la scorsa estate, poco prima che scoppiasse la protesta anti-velo, il presidente ultra-conservatore Ebrahim Raisi aveva reso ufficiale un rapporto dell’amministrazione iraniana dal titolo “Progetto castità e hijab” sul “crollo dei valori” in Iran, lanciando un vero e proprio allarme sociale. Un documento di 219 pagine redatto dal quartier generale della promozione della virtù e della prevenzione del vizio, con l’obiettivo di “fermare la perdita di influenza ideologica del regime e l’indebolimento del suo controllo sulla società” e per sostenere nuove misure repressive a partire proprio dal velo integrale delle donne. Tra le misure: più pattuglie di “guardiani”, videosorveglianza e centri di “rieducazione” per chi non osserva le ferree regole religiose alla base della teocrazia islamica.
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