Ma c’è qualcosa che non va in questo rituale collaudato. Asja si ritrova come compagno assegnatole dal destino un certo Zoran (Adnan Omerović), un uomo molto magro e di bell’aspetto con il quale potrebbe nascere anche qualcosa. Ma la sintonia iniziale tra i due si spezza per un’incredibile coincidenza che ha legato le vite di Asja e Zoran. Zoran, si scoprirà, è infatti un serbo che ha sparato alla donna durante la guerra serbo-croata e che forse è lì, non a caso, per farsi perdonare. Asja, a sua volta, vive ancora all’ombra di quel dramma mai davvero dimenticato e ora si trova di fronte quel nemico che aveva mille volte immaginato. Da qui in poi L’APPUNTAMENTO declina in un vero dramma in cui devono trovare una giusta collocazione: peccato, colpa, redenzione e perdono.
“Cosa ci definisce: la nostra etnia, la nostra religione, il nostro genere? Cosa ci divide o ci unisce? Questa è una storia sulla precarietà della vita, sugli incontri casuali che uniscono l’aggressore e la vittima, riportando in vita il passato doloroso; è una storia di connessioni impossibili, di amore e di assurdità” dice Teona Strugar Mitevska. E ancora la regista: “Per me L’APPUNTAMENTO è una sorta di poesia e un modo per celebrare il meglio di quella che era la Jugoslavia e Sarajevo, la città più bella del mondo con le persone più belle. La sceneggiatrice Elma Tataragić è la mia anima gemella, ha una forza collaborativa senza pari. DIO È DONNA E SI CHIAMA PETRUNYA è stato per me un viaggio personale, mentre questo film è la storia personale di Elma: la sceneggiatura è infatti ispirata alla sua vita”. Il film, spiega infine la regista, “si svolge in un unico spazio e mi sono trovata di fronte a una grande sfida: come filmare questo cast di quaranta attori, di cui solo diciassette professionisti, senza annoiare il pubblico? Sapevo che si trattava di un film corale e dovevo trattarlo come un puzzle o una cattedrale in cui ogni pezzo è di fondamentale importanza: un personaggio non potrebbe funzionare senza gli altri e viceversa. Ho fatto quindi sei settimane di prove, perché le prove – conclude – permettono di organizzare il caos e di creare spazio per l’improvvisazione, per far emergere dagli attori verità che non si possono trovare altrimenti”.