Con la fine dell’
imponente esercitazione militare condotta negli ultimi tre giorni dalla Cina intorno a Taiwan, e la conferma della disponibilità ad essere
sempre pronti a combattere, il Comando del teatro orientale dell’Esercito popolare di liberazione cinese ha reso noto di aver
completato “con successo” gli obiettivi dei tre giorni di “pattugliamento e di prontezza al combattimento” intorno all’isola, secondo una nota del portavoce Shi Yi.
Le esercitazioni, denominate “manovre congiunte per affilare la spada”, hanno interessato gli spazi aerei e marittimi settentrionali, meridionali e orientali dell’isola di Taiwan dall’8 al 10 aprile, testando un accerchiamento e un blocco, mobilitando anche la portaerei Shandong con il suo gruppo d’attacco, schierata a sud del Giappone e di Taiwan. Portaerei che è stata seguita nelle sue manovre dallo stesso Giappone, come riferito dal Ministero della Difesa nipponico. Tokyo ha infatti fatto decollare i suoi jet da guerra, mentre gli aerei cinesi atterravano e decollavano dalla portaerei, e ha riferito di aver rilevato 120 decolli e atterraggi, inclusi quelli di 80 caccia e di 40 elicotteri.
Il Ministero degli Esteri di Taiwan ha condannato la Cina per aver minato “la pace e la stabilità” nella regione, aggiungendo che Taipei manterrà stretti legami con gli Stati Uniti “per scoraggiare congiuntamente l’espansione autoritaria”. Intanto, in una nota del Cremlino, si viene a sapere che Mosca appoggia le manovre militari della Cina intorno a Taiwan a fronte delle “provocazioni” che Pechino avrebbe subito da Taipei.
Taiwan, una storia di contese e “ultime frontiere”
Tolto il fronte ucraino, l’isola di Taiwan rappresenta forse il groviglio geopolitico più caldo di questi mesi, con un’ulteriore impennata di tensione nelle ultime settimane. L’idea ormai dominante è di un sempre maggiore accerchiamento di quella che, nella vulgata, viene descritta come “isola contesa” da parte della Cina, delle sue navi e dei suoi aerei; ma che è, di fatto, un territorio libero e indipendente e tale vuole continuare ad essere.
L’antica Formosa (la “Lussureggiante”, come la chiamarono i colonizzatori portoghesi nel XVI secolo) fin dal VII secolo d.C. era stata oggetto di scorribande di pirati cinesi e giapponesi. La sua strategica posizione, infatti, a metà tra il Mar Cinese Orientale e quello Meridionale, l’ha quasi condannata – si può dire – a un futuro di rivendicazioni e di tentazioni d’annessione, cosa che in questi giorni si sta puntualmente riproducendo.
Nella prima metà del XVII secolo, entrata nell’orbita dell’impero olandese, Taiwan diventa hub logistico per le rotte commerciali di Amsterdam; ma l’influenza dura poco: nel 1644 la Cina annette l’isola nel suo sistema dei tributi e gli abitanti di Formosa non possono far altro che piegarsi al volere del potente vicino. Nel 1683, infine, la definitiva annessione all’impero cinese.
Le sorti della “Lussureggiante” si riaprono all’influsso occidentale nel 1858, quando con il Trattato di Tientsin, che mette fine alla Seconda guerra dell’oppio (1856-1860) tra Cina e Regno Unito, Formosa torna a immaginare un futuro di libertà sotto l’ala protettrice delle potenze europee e degli Usa. Ma passano pochi anni e Taiwan è di nuovo oggetto di contesa: alla fine del XIX secolo, infatti, il Giappone sconfigge la Cina nella Prima guerra sino-giapponese (combattuta per il controllo della penisola coreana) e si annette anche la piccola ma super-strategica isola posta di fronte alle coste cinesi (la separano solo 150 km di mare).
Rimasta sotto il vessillo del Sol Levante sino alla fine della Seconda guerra mondiale (quando l’impero nipponico fu sconfitto dagli Alleati), Taiwan tornò sotto l’influsso cinese a metà degli anni Cinquanta del XX secolo, quando dopo la fine della guerra civile con i comunisti di Mao vi fu posto il governo nazionalista. Ed è proprio nel 1949 che Taiwan è diventata “l’ultima frontiera”, il territorio che racchiude processi storico-politici secolari e simboleggia più di un semplice pezzo di terra contesa. Il generale nazionalista Chiang Kai-shek e il suo partito Kuomintang (KMT), sconfitti dal Grande Timoniere, si rifugiano a Taipei, che viene riconosciuta come capitale dell’esiliata Repubblica di Cina (diversa dalla Repubblica popolare).
Punto di riferimento per gli Stati Uniti per un ventennio, il governo nazionalista taiwanese nel 1971 perde il suo seggio presso l’ONU a favore della Repubblica comunista di Pechino. Con il successivo isolamento internazionale, che si accentuerà dal 1978 in poi, con la fine dei rapporti diplomatici con Washington, l’isola vive un parallelo periodo di prosperità economica e di forte industrializzazione, che la fa competere con le potenze regionali di Corea del Sud, Singapore e Hong Kong.
L’inesorabile processo di democratizzazione del governo di Taipei la porta, con una serie di veloci tappe, a godere dell’appoggio delle potenze occidentali: nel 1987 viene soppressa la legge marziale, nel 1996 si tengono le prime elezioni libere, nel 2000 il candidato del Partito progressista democratico (diverso, quindi, dal Kuomintang) si impone alle urne. Contemporaneamente, i rapporti con Pechino – dall’iniziale tensione e chiusura – si fanno sempre più distesi sin dalla fine degli anni Ottanta.
Il 1992 è l’anno-simbolo: viene stabilita la regola del Consenso, secondo cui c’è “una sola Cina” e ogni relazione diplomatica tra i due soggetti politici deve essere impostata secondo questo principio. Nella prima metà degli anni Novanta, allo stesso tempo, si sviluppavano forti relazioni economiche, anche in virtù dell’intensa crescita economica di Taiwan. I rapporti tornarono a essere tesi nel 1996, quando la Cina (nel corso delle elezioni presidenziali a Taipei), svolse imponenti esercitazioni militari nello Stretto di Formosa (proprio come quelle condotte in questi ultimi tre giorni); gesto ripetuto nel 1997, con il ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese. Un anno dopo furono ripresi colloqui informali.
Il principio del Consenso, secondo l’accusa di Xi Jinping, è stato letteralmente calpestato dall’attuale presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, accusata da Pechino di ribellione. Alla luce di questa tesi si spiegano i frequenti contatti con l’alleato americano e la recente visita di Tsai Ing-wen in California (o la discussa missione a Taipei dell’ex speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi). Da parte sua, il leader di Pechino ha segnato in rosso una data: il 2049, centesimo anniversario della nascita della Repubblica popolare. Entro quell’anno, infatti, la “provincia ribelle” dovrà essere tornata sotto il dominio del Dragone.