I numeri nel resto d’Italia raccontano situazioni analoghe: sempre negli ultimi cinque anni 3 mila sfratti a Bologna e 9.820 in tutta l’Emilia Romagna, 2.429 a Genova e 5.036 in tutta la Liguria, 7.827 a Torino e 11.736 in tutto il Piemonte, 1.329 a Venezia e 6.975 nel Veneto (dal 2017 al 2021), 2.442 a Firenze e 9.380 in tutta la Toscana, 1.665 a Bari e 5.480 in Puglia, 1.560 a Palermo, 1.926 a Catania e 5.498 in tutta la Sicilia.
Roma “ha circa 200 mila alloggi chiusi privati – dice Maria Vittoria Molinari di Asia Usb -. Ma si continua a far costruire il privato: questo dà l’idea di come venga trattato il fenomeno casa”. “Il patrimonio abitativo pubblico dell’intero paese – aggiunge Michelangelo Giglio – è invece esiguo. E i prezzi di mercato inaccessibili”. Secondo sindacati e movimenti è sbagliato “criminalizzare la povertà e il diritto alla casa”, a loro avviso bisogna partire dal rilancio dell’edilizia residenziale pubblica che, spiega Giglio, “fa da calmieratore anche del mercato”. Francia e Germania, per esempio, “hanno un patrimonio abitativo pubblico molto ma molto più elevato dell’Italia”.
“È una priorità politica e sociale che richiede risposte adeguate”, aggiunge Gennaro Acampora, consigliere comunale Pd di Napoli. “Migliaia di persone vengono espulse dal centro di Napoli, verso le periferie o anche verso altre città, a causa dei canoni alti e della trasformazione di molti alloggi in case vacanze e B&B”. La moratoria sugli sfratti “ha salvaguardato la situazione dal 2020 al 2022. Con la fine del blocco e la morosità, oggi si parla di oltre 10 mila sfratti esecutivi programmati a Napoli”, aggiunge Capretti. La maggior parte soprattutto nel centro storico. “Lì si è costruito probabilmente un doppio fenomeno: da un lato quello, comune al resto d’Italia, dell’aumento dei redditi da rendita a fronte di un basso se non nullo aumento dei salari. Dall’altro l’esplosione del turismo ha chiaramente fatto impazzire il mercato libero degli affitti. Sono tanti i casi di famiglie che decidono di sfrattare inquilini per poi immaginare una vendita o una gestione affidata a una locazione breve”. Mentre in centro “esiste ancora una classe sociale di provenienza bassa, se non proprio sottoproletaria, già dall’800, che finora non era stata fortunatamente cacciata e che ora soffre più di altre”.
Albert Cubolli vive a Milano dal 2000, dal 2007 abita in una casa in affitto e a settembre ha scoperto che i nuovi proprietari non gli avrebbero rinnovato il contratto. È sposato, ha due figli e lavora nell’edilizia, sua moglie lavora part time. Non sono più riusciti a trovare un’alternativa e a gennaio hanno subito lo sfratto esecutivo. “Ora sono da mio fratello, ma è dura anche per i miei figli studiare: siamo in 8 in una casa piccola”, racconta. “I bambini mi chiedono sempre se il Comune ha risposto”. Sì, perché Cubolli si è precipitato a chiedere aiuto all’amministrazione per capire che alternative ci fossero. La risposta? “Vai a Como, vai a Verona, vai a Piacenza. Così ci hanno detto. Ma come? Lavoro a Milano e volete che vada vivere a Como?”. Eppure Albert e la moglie, insieme, guadagnano 20 mila euro all’anno. “Milano deve decidere se restare una città vera, con una diversità sociale e culturale, o se diventare un’altra cosa”, avverte Gatti. Perché gli stipendi non sono adeguati ai prezzi delle case. “I lavoratori e le lavoratrici di settori importantissimi, di quelli che mandano avanti questa città, non si possono permettere poi di viverci, neanche nell’area metropolitana: stiamo parlando di chi è impiegato nella logistica, le imprese edilizie, la ristorazione, la pulizia. Lavori a bassissimo reddito, a volte condizionati dalla precarietà, per cui basta una spesa improvvisa, il dentista del bambino, l’acquisto di un elettrodomestico, a mettere in crisi il bilancio familiare”. In Lombardia le famiglie considerate povere sono il 2,7% sulla popolazione generale, ma se si analizza solo la popolazione che vive in affitto, la percentuale sale al 14,5%. “L’affitto determina la povertà, ma chi è povero non può far altro che andare in affitto”, conclude Walter Gatti.