Nel 1970 un altro socialdemocratico tedesco, il cancelliere Willy Brandt, aveva spezzato il cerimoniale con un gesto spontaneo che aveva commosso il mondo. Si era improvvisamente inginocchiato davanti al memoriale, ed era rimasto qualche secondo con la testa china, in silenzio. Un gesto che fu interpretato come la richiesta di perdono di un intero popolo, quello tedesco. Da allora il ghetto è diventato anche un simbolo della pacificazione tra la Germania e la Polonia. L’anno dopo, Brandt ha vinto il premio Nobel per la pace.
Steinmeier ha incontrato alcuni sopravvissuti della shoah prima di raggiungere il ghetto insieme al presidente polacco Andrzej Duda e il loro omologo israeliano Isaac Herzog. Oltre a ricordare “i crimini contro l’umanità della shoah, minuziosamente pianificati ed eseguiti dai tedeschi” contro il popolo ebraico e le “inimmaginabili atrocità” inflitte agli ebrei del ghetto di Varsavia, “perseguitati, schiavizzati, assassinati”, il capo dello Stato tedesco ha voluto ringraziare la Polonia “per il perdono che ci ha concesso”.
Inseguito dalle polemiche per la scelta di assegnare ad Angela Merkel la Gran croce, Steinmeier ha voluto anche ribadire che il famoso motto della Germania delle macerie e della fine del nazismo, “mai più”, significa anche che “non può esistere, in Europa, una guerra d’aggressione come quella della Russia contro l’Ucraina”. Prima della cerimonia della Gran croce, la Faz aveva titolato, ironica, “un premio per due”. Il giornale dei conservatori tedeschi aveva insinuato che Steinmeier avesse premiato l’ex cancelliera per assolvere se stesso dalle accuse di “appeasement” verso la Russia. Steinmeier, da ministro degli Esteri di Merkel, è stato il principale architetto degli accordi di Minsk sottoscritti da Mosca e Kiev dopo l’annessione della Crimea, nove anni fa.