Bangladesh, quel che resta di Rana Plaza

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Una falce e un martello con una piccola stele in ricordo delle vittime e dietro, dove fino a dieci anni fa c’era un palazzo di otto piani,
si stende un campo incolto. Questo è quello fisicamente resta del Rana Plaza, l’edificio che la mattina del 24 aprile 2013 è crollato uccidendo
1129 persone e ferendo più di duemila operai. Una massa di vittime designate costretta a lavorare ai piani superiori, nonostante la denuncia nei giorni precedenti di evidenti segnali di cedimento avesse portato alla chiusura delle attività ai piani inferiori.


Il prato in cui si ergeva il Rana Plaza

17 giorni, tanto c’è voluto per estrarre tutti i corpi dalle macerie, un tempo necessario anche per far
emergere agli occhi increduli dell’opinione pubblica, le dinamiche disumane all’interno delle fabbriche bengalesi.
Qui con stipendi da fame e orari di lavoro inacessibili, alcuni dei principali brand internazionali si rifornivano
attirati da una manodopera specializzata a costi irrisori.
“Dobbiamo ricordare – afferma Farah Kabir, country director di ActionAid Bangladesh sul campo nelle ore successive
al crollo – che quello che è accaduto si poteva evitare”. Quello che è stato definito “il più letale crollo strutturale
della storia moderna” ha lasciato sul campo centinaia di sopravvissuti. Nell’80% dei casi si tratta di giovani donne
che a dieci anni di distanza fanno ancora i conti con quella tragedia.

Il ricordo di quelle lunghe giornate trapela per le vie di Savar, distretto industriale di Dhaka, dove l’industria
dell’abbigliamento per decenni è stata una delle poche fonti di reddito dei suoi cittadini e che ha lasciato in
dote due delle principali catastrofi del settore: Rana Plaza e l’incendio avvenuto 5 mesi prima che uccise 117
persone alla Tazreen Fashion, un’altra fabbrica tessile.

I TESTIMONI

Ho un negozio qui vicino, quando ho sentito il crollo mi sono avvicinato e non potevo credere ai
miei occhi. Abbiamo tirato fuori persone per giorni
– Mohammad –

Stavo guidando il mio taxi quando ho visto la polvere e sentito le urla.
Quella notte ho trasportato decine di persone all’ospedale
– Amir –

Quella notte ha cambiato la nostra vita per sempre. Qui a Savar abbiamo perso più di mille persone,
ma da quella tragedia è nato qualcosa di buono
– Hasan –

Il crollo fu come una miccia. Partendo dal Bangladesh, passando per il Canada fino al Vaticano: migliaia di
persone scesero in strada per reclamare giustizia e accendere un faro sullo sfruttamento dei lavoratori che
lo stesso Papa Francesco definì “schiavitù moderna”. “Inizialmente – continua Kabir – i marchi non volevano
assumersi alcuna responsabilità, ma sono stati costretti dalla grande spinta sociale. Qualcosa quindi è cambiato.
Oggi c’è davvero chi vuole migliorare, ma la strada è ancora lunga”. La strada è lunga per l’inconciliabilità
che c’è tra il rispetto dei lavoratori (e dell’ambiente) e la massimizzazione dei profitti intrinsechi alla
produzione di massa. Spinti dal clima globale, alcuni dei brands coinvolti nella strage si sono seduti al
tavolo col governo per definire un sistema di compensazioni. Somme irrisorie per i giganti dell’abbigliamento.
E poi è calato il sipario ed escludendo l’aiuto di qualche ong, la maggioranza dei superstiti è stata lasciata sola
a curare un corpo ferito e spesso una mente compromessa.

Secondo il report di ActionAid Bangladesh pubblicato in questi giorni, gli ex
lavoratori di Rana Plaza soffrono di mal di schiena, mal di gambe e mal di testa cronico. Questo si traduce
nell’impossibilità spesso di trovare un lavoro o di mantenerlo a lungo. L’aspetto che più rimane nell’ombra
è quello relativo alla salute mentale. Paura costante, stati ansiosi, incubi e disturbi dell’umore sono i
malesseri più diffusi tra chi ha rischiato la vita a Rana Plaza con un enorme impatto sulla capacità di sopravvivere.
Le vittime, infatti, provengono dalle fasce più fragili della società con famiglie a carico, in cui in molti
casi ci sono più vittime tra i componenti dello stesso nucleo familiare. Così come a Rana Plaza, ancora oggi
più del 75% della manodopera impiegata nel comparto tessile è di genere femminile. Sono le donne a trainare questo comparto.

Discriminate per il loro genere, le lavoratrici sono state negli anni le prime a pagare lo scotto di un’economia
basata sul loro sfruttamento. È difficile definire in quale punto della catena di produzione si crei il circolo vizioso,
ma pur ammettendo le buone intenzioni dei proprietari delle aziende queste si scontrano contro commesse dall’estero che
impongono la diminuzione dei compensi e l’aumento delle ore lavorative. Una dinamica che soprattutto durante e in
seguito alla pandemia di Coronavirus è ricaduta completamente sulle spalle, già stanche, delle operaie.

Orari di lavoro lunghi ed estenuanti si sono sommati alla diminuzione dei salari dovuta alla cancellazione
degli ordini o dalle trattazioni dei costi da parte dei grandi marchi. Il report “Money Heist” dell’ Asia
floor wage
fa un resoconto dettagliato dell’impatto che le politiche dei grandi
marchi hanno avuto sulla vita dei singoli lavoratori nei principali paesi di produzione dove, secondo gli studiosi,
le multinazionali hanno riversato il rischio d’impresa salvaguardando il loro business. “Il pericolo – conclude Kabir
– è intrinseco e conseguenza del sistema capitalistico e colonialistico che stiamo cercando di superare.
Lavoratori e proprietari sono molto distanti e non si fidano gli uni degli altri. Quando i grandi marchi
arrivano in Bangladesh cercano prodotti più convenienti, vogliono produrre a costi minimi e questo si ripercuote sui lavoratori”.

“Non tutte le linee guida e le raccomandazioni sottoscritte da esperti e attori coinvolti sono state seguite – conclude Kabir –
Ma dieci anni dopo dobbiamo riconoscere che la tragedia di Rana Plaza ha portato all’aumento degli standard e più rendicontabilità
da parte di governo e brands. Ma non è ancora abbastanza”. Ora tocca ai paesi “ricchi” dotarsi di strumenti per proteggere i diritti
di chi lavora ad ogni step della catena produttiva. Proprio nei giorni del decennale nella Commissione Affari legali sarà votata la
Direttiva poi al vaglio del Parlamento europeo nata dalla campagna “Justice is everybody’s business” che chiede a livello internazionale l’impegno di aziende e paesi per rispettare i diritti delle persone e dell’ambiente. Un ulteriore passo nel cammino su cui Rana Plaza dieci anni fa ha acceso una luce mai più spenta.

Quando la casa e la fabbrica non sono luoghi sicuri, un posto dove riunirsi può diventare motore di idee e cambiamenti anche insperati.
O semplicemente un angolo dove scostare il Sari e parlare un po’ di sé

Spazio e violenza di genere sono inversamente proporzionali. Come i dati sulle violenze domestiche durante il
periodo del lockdown dimostrano, al diminuire del primo la seconda aumenta. E in uno dei paesi più densamente
popolati al mondo, anche la sicurezza si misura in metri quadri.

Per questo avere un luogo dove potersi incontrare diventa l’unico modo per sfuggire alle violenze, ma soprattutto conoscersi,
fare gruppo e condividere rompere il muro di solitudine che isola le donne e le lavoratrici. A Dhaka, nel quartiere di Mirpur,
c’è un piccolo caffè che nasce con questo obiettivo. Lo chiamano “The women’s café” ed è un progetto di ActionAid dedicato alle
lavoratrici del tessile che qui, al secondo piano di una palazzina tra le fabbriche di abbigliamento, si incontrano, giocano e
si confrontano sulle proprie esperienze. “Questo è il nostro caffè – spiega Kazi Dipa, una delle responsabili del progetto –
Le nostre “clienti” hanno bisogno di un posto sicuro dove potersi riunire e parlare dato che in molte fabbriche ancora è
proibito formare sindacati. Qui forniamo orientamento, assistenza legale e piccoli corsi di formazione. Oltre al problema
lavorativo, gran parte delle ragazze che vengono qui subiscono anche violenza domestica”.
Il confine tra violenza fisica ed economica è molto sottile in queste due stanze in cui molte storie parlano di mariti violenti
che requisiscono i salari delle mogli per gestirli in base alle loro priorità. E poi ci sono le donne con un passato tra povertà
e violenza che sono state lasciate dopo aver partorito e abbandonate a se stesse. “Sono arrivata a Dhaka a 14 anni quando mio padre
è morto e dovevo badare alle mie 6 sorelle – racconta Fatemi Khatun che oggi ne ha 32 – e da allora lavoro nel tessile.
Abbiamo degli obiettivi giornalieri a volte davvero impossibili ma se non li raggiungi il capo ti insulta e ti umilia.
Mio marito mi ha lasciata quando ero incinta di sei mesi, non lo sento da 13 anni”.

La violenza fuori e dentro le mura domestiche, già fortemente radicata a livello sociale, è aumentata durante la pandemia di Coronavirus.
“Durante il lockdown c’è stato un forte aumento delle violenze domestiche – afferma Farah Kabir, country director di ActionAid Bangladesh –
Inoltre molte persone hanno perso il lavoro e sono state costrette a vivere in spazi molto ristretti per diverse settimane. Un’altra conseguenza
è stata l’aumento delle spose bambine perché una volta chiuse le scuole, le famiglie più povere hanno avuto un peso in più sulle spalle”.
Ma per combattere secoli di repressione è necessario un percorso che spesso lascia molte vittime lungo la strada.

A volte basta inclinare leggermente l’asse per innescare il cambiamento. E questo l’ha fatto Shuki Akter, operaia
25enne che dopo anni di abusi, grazie al sostegno del Women’s café ha acquistato consapevolezza e forza per alzare
la voce. “Io e mio marito lavoriamo entrambi in fabbrica ed ho un bambino di sei anni. Ho iniziato a fare l’operaia
a 13 anni, ma ora che conosco quali sono i miei diritti non ho più paura di parlare. Spesso mi chiedono
chi mi ha insegnato queste cose e mi minacciano di non dare queste informazioni ai miei colleghi. Nessuno vuole
che i lavoratori alzino la voce e siano consapevoli”. Lei ora può portare suo figlio a lavoro e tra qualche giorno
partirà per la Giordania dove le hanno offerto un posto vantaggioso.

“Crediamo fortemente – conclude Kabir – che le donne abbiano bisogno di posti sicuri. Qualcosa negli anni è cambiato,
ma assistiamo comunque a forme di abuso che sono accettate e tollerate da una parte della società. La violenza di genere
è molto presente nella nostra società e si riflette anche nelle fabbriche, ma oltre agli spazi sicuri,è necessario accrescere
la consapevolezza delle donne nel prendersi cura di se stesse e aiutarle a rivendicare i loro diritti”.

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Maurizio Barra

Sono nato a Torino, il 19 Febbraio 1968. Ho alle spalle un'educazione direi Umanistica di base, avendo frequentato il Liceo Classico Valsalice e Lingue e Lettere Moderne all'Università. Grande passione per tutto ciò che è una tastiera, dal pianoforte o simili, ai PC, di cui peraltro amo anche il touch. Inoltre, un'altra mia grande passione, è lo sport e mi ha molto coinvolto, siccome ho lavorato molto su di me negli anni, passando attraverso varie fasi, nelle quali sono ingrassato moltissimo e poi sono diventato assai magro, dunque, siccome più volte ho dovuto intervenire su di me, ho voluto approfondire questo discorso ed ho conseguito il Master CFT come Personal Fitness Trainer presso Issa Italia. La voglia e l'interesse ad approfondire tante tematiche e la curiosità olistica, alle volte giocano brutti scherzi, perchè si rischia di iniziare tutto e concretamente di non riuscire a concludere nulla. Bisogna in teoria scegliere cosa fare da grande, il fatto è che io sono già ben cresciuto ed ora mi sento assai coinvolto dall'ambito tecnologico e dunque spero, soprattutto, di essere un intermediario tra i vedenti, diciamo, o comunque tra tutti e proprio chi è non vedente come me, sia per mostrare quante cose si possono fare in autonomia, sia per avvicinare (e qui mi appello a sviluppatori, amanti di softwares etc...) la facilità e l'accesso all'uso completo della tecnologia anche da parte degli stessi non vedenti, che comunque si devono spesso scontrare con grafici, pagine poco accessibili e continui escamotage, per fare cose che, con il famoso click, in teoria si risolvono subito e questo poi non è sempre vero; in sostanza lo scopo o l'idea sono quelli di avvicinare i vedenti, sviluppatori di apps e siti, a renderle più accessibili, metendo dunque a disposizione la mia conoscenza delle Tecnologie Assistive (Assistive Tecnologies) di cui mi ritengo un buon conoscitore. Non parliamo poi delle Apps Mobili ed anche di quel mondo, davvero meraviglioso ed il cui approccio per me è stato direi facile, ma mi rendo conto che non è così per tutti. Quindi, spero, nel tempo, di mettere a disposizione la mia modestissima ed umile e piccola esperienza, mantenendo vivo ogni nuovo possibile fronte di apprendimento e confronto e conoscenza, tutti utili e sempre necessari, non si smette mai di imparare e neanche di confrontarsi. Dunque, spero di avervi con me, sempre più numerosi, lungo questo nuovo cammino! Inoltre, siccome la tecnologia non è soltanto procedure, tutorials su come usare un sistema operativo o su come riparare PC, ma offre anche molti strumenti di consultazione, visione, ascolto, cercherò di condividere con voi le mie impressioni e quindi files, contenuti multimediali o altro, non avranno soltanto attinenza tecnologica, ma qualcosa a che fare con la rete l'avranno. Anzi, sono benvenuticommenti, suggerimenti e proposte. Con il trascorrere del tempo, il sito ha preso la direzione informativa. Pur essendo da solo a gestire tutta questa mole di notizie, prometto di dare sempre il massimo per fornire tutte le notizie il più possibile aggiornate in tempo reale, relative a tantissime categorie: Mondo, Cronaca, Economia, Politica, Tecnologia, Scienza, Medicina, Spettacoli, Cinema, Musica, Cultura, Calcio e sport, Regione Piemonte, tutto, ma proprio tutto, sulla Juventus e molto, molto altro. Grazie a tutti!

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