Perché questo nome così particolare e unico nel panorama della resistenza europea?
“La ragione della scelta di questo nome così affascinante, ancora oggi fortemente evocativo di tutta la resistenza tedesca, è uno dei pochi misteri destinati a rimanere tali nella storia della Weisse Rose di cui sappiamo ormai quasi tutto. Interrogato dalla Gestapo, Hans Scholl dà una risposta vaga: “ero influenzato dai romanzi spagnoli di Clemens Brentano…” dove effettivamente c’è un personaggio con un nome simile. Ma non è una spiegazione convincente. Parecchie altre ipotesi sono state avanzate, ma nessuna è soddisfacente: io personalmente propendo per l’idea che si sia trattato di un’ottima intuizione comunicativa, dal forte valore simbolico, derivata dalla familiarità con quell’emblema che si ritrova sia in Lutero sia nei gruppi giovanili prenazisti frequentati da Scholl, come i Trabanten. La rosa come simbolo di bellezza e purezza di ideali, ma ricca di spine, e così pungente anche in senso politico. Comunque, dopo i primi quattro volantini del 1942, così intitolati, i due ultimi fatali volantini del 1943 hanno abbandonato quella titolazione. A Scholl e ai suoi amici importava l’idea di resistenza, più che i suoi simboli”.
Da chi era composto il gruppo? Ci fai i nomi dei protagonisti?
“Il nucleo centrale era composto da cinque studenti universitari (fra i 21 e i 25 anni) a Monaco di Baviera e da un loro professore, il filosofo e musicologo Kurt Huber, 49 anni. Sono i sei che hanno pagato con la vita i sei volantini contro Hitler. Intorno a loro, un’altra dozzina di amici e conoscenti variamente coinvolti. Alcuni di loro, come Hans Leipelt e il suocero di Probst, Harald Dohrn, furono assassinati nel 1945. Hans Scholl e Alexander Schmorell scrissero e diffusero da soli i primi volantini nel giugno 1942 mentre dopo l’esperienza del fronte russo in quell’estate (nella compagnia militare sanitaria dove erano inquadrati come studenti di medicina), nei primi due mesi del 1943 gli ultimi due volantini coinvolsero anche la sorella minore di Scholl, Sophie, iscritta a filosofia e biologia, Willi Graf e Christoph Probst (ancora studente ma già giovane papà di tre figli), oltre al professor Huber, padre di due bambini. Questi sei sono coloro che saranno condannati a morte per tentato alto tradimento, e furono decapitati con la ghigliottina tra il 22 febbraio e il 12 ottobre 1943”.
Abbiamo visto che era un gruppo pluriconfessionale (luterani, cattolici e ortodossi). Un ecumenismo segnato dal martirio. È così?
“Sì, senza che fosse stato programmato, è diventato un gruppo davvero ecumenico. A motivo dell’amicizia nata tra loro, prima al liceo e poi all’università, si sono trovati a condividere la scelta di resistere, da cristiani, al male impersonato dal dittatore tedesco. I fratelli Scholl di Ulm erano stati educati a un luteranesimo molto orientato al sociale dalla madre Lina e si erano avvicinati a due importanti intellettuali cattolici, Muth e Haecker, negli anni di Monaco. Cattolico era Willi Graf, nato in Renania. Probst non era battezzato perché il padre, cultore della spiritualità orientale, l’aveva voluto lasciare libero: riceverà il sacramento un’ora prima di morire. Infine, Schmorell, figlio di un medico tedesco e di una donna russa (anzi, nata nell’attuale Ucraina) che morì quando aveva solo due anni, era stato battezzato a Orenburg, negli Urali, secondo il rito ortodosso. Tutti loro sapevano che rischiavano la vita, ad opporsi apertamente a un regime razzista e criminale. Per tutti loro, i valori evangelici erano incompatibili con quelli del nazionalsocialismo. Non hanno cercato la morte eroica, ma il martirio era una possibilità che loro hanno consapevolmente affrontato”.
Sappiamo che, pochi anni fa, la Chiesa Ortodossa di Monaco ha fatto santo uno di loro (Alexander Schmorell). La ragione di questa beatificazione è assai significativa. Puoi spiegarcela?
“La beatificazione di Alex, per la Chiesa ortodossa, nel febbraio 2012, ha avuto il significato di far emergere le virtù eroiche di un giovane che si è opposto a un regime anticristiano. Dopo aver portato all’onore degli altari, negli anni scorsi, molte figure di religiosi o di laici che furono vittime del comunismo, in particolare del furore stalinista, Schmorell è apparso come un testimone della resistenza all’altro totalitarismo, quello nazista, partendo dalla fede cristiana e da una posizione ideologica ben lontana dal comunismo. “La tua pazienza, beato Alexander, ha stupito gli angeli” è stato detto poeticamente alla cerimonia di beatificazione. Nell’icona che gli hanno dedicato l’hanno raffigurato in camice bianco, con la rosa bianca e con la croce: un simbolo di purezza e idealismo, valido per ogni tempo”.
Quali sono stati i maestri, o comunque come si è sviluppato il loro antinazismo?
“Oltre a Huber, Muth e Haecker, esponenti di un pensiero cattolico critico che hanno potuto conoscere personalmente a Monaco, per loro sono stati fondamentali gli autori del rinnovamento cattolico francese, da Bernanos a Maritain, ma anche un grande scrittore russo come Dostoevskij e il teologo Berdjaev. Senza dimenticare la grande lezione di libertà dei grandi poeti tedeschi, come Goethe e Schiller, che hanno citato nei loro volantini. L’ antinazismo è nato progressivamente, anche dal senso di colpa (per i fratelli Scholl) di aver militato come quasi tutti i loro coetanei – ma non Willi Graf _ nella Gioventù hitleriana. La presa di coscienza dei crimini della Germania hitleriana, in particolare dell’inizio dello sterminio degli ebrei, e la lotta per riconquistare la libertà di parola e di pensiero sequestrata dal regime li hanno portati a scegliere la via minoritaria e pericolosa della denuncia e della resistenza”.
Quali sono le parole della loro resistenza (perché la loro è stata una resistenza della parola, del logos)?
“Libertà, dignità, onore. Pensiero critico, difesa dei valori del cristianesimo e della civiltà occidentale. Coscienza e responsabilità. Il motto di Willi Graf era inesorabile, l’aveva tratto dalla lettera dell’apostolo Giacomo. “Non siate soltanto ascoltatori della Parola, mettetela in pratica”. Ognuno porta l’intera responsabilità, il suo imperativo conseguente. La Rosa Bianca ha cercato di svegliare i tedeschi dal sonno della coscienza e quindi dalla complicità con un governo criminale, utilizzando gli unici strumenti che avevano a disposizione come giovani intellettuali: la parola, la dialettica, l’argomentazione, l’intelligenza critica”.
Il loro ideale non era solo una Germania libera dal nazismo ma anche quello di una nuova Europa. È così?
“È così e lo scrivono chiaro e forte nei loro volantini. Basta con gli Stati autoritari, basta con gli imperialismi espansionisti, sì a una Europa federalista, al riconoscimento dei diritti dei popoli dentro un dialogo pacifico tra gli Stati democratici, ispirati a quello che definirono un “ragionevole socialismo”, che salvaguardasse le libertà fondamentali della persona”.
Parliamo per un attimo di una giovane donna della Rosa Bianca: Sophie Scholl. Spesso la si ricorda insieme alle grandi pensatrici e testimoni di quel periodo oscuro (Edith Stein, Simone Weil, Hanna Arendt e Etty Hillesum). Perché?
“Perché, pur essendo stata uccisa a 21 anni e non avendo avuto la possibilità di vivere più a lungo e di studiare e scrivere opere importanti come quelle filosofe e scrittrici straordinarie, la sua radicalità appare, nelle lettere e nei diari, come profetica, coraggiosa, lucidissima. La sua coerenza spirituale, il suo anticonformismo, il suo antimilitarismo, il rifiuto del nazionalismo, la consequenzialità della sua scelta di distaccarsi dal regime dimostrano un eccezionale coraggio e rendono la sua voce importante ed emozionante, come l’espressione di una resistenza allo stato puro, che va oltre il suo tempo e la sua Germania, è la voce di una ragazza d’Europa, di una modernità assoluta”.
“La Rosa Bianca non vi darà pace “; così è scritto in un loro volantino. Ti chiedo: anche oggi la loro testimonianza non ci dà pace?
“Loro intendevano inquietare la stragrande maggioranza dei tedeschi acquiescenti alla dittatura. I loro volantini proclamavano che ogni popolo merita il governo che tollera. Le loro parole dovrebbero inquietarci perché ogni giorno ci dovremmo domandare: di fronte alle ingiustizie, ai soprusi, ai diritti violati – primo fra tutti, quello dei migranti che arrivano nella nostra Europa – sappiamo prendere posizione come loro, schierarci, anche mettendo a rischio le nostre sicurezze? Sappiamo contestare i neonazionalismi, i neofascismi, i rigurgiti autoritari che attraversano l’Europa? Lo sappiamo che potremmo e dovremmo, fare di più, protestare di più, mobilitarci di più, rischiare di più. Come hanno fatto ottant’anni fa gli studenti della Weisse Rose. Rileggendo i loro volantini, non possiamo sentirci in pace”.
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