(di Marta Panicucci)
(ANSA) – FIRENZE, 02 MAG – “La difesa della lingua italiana
come segno di appartenenza a una civiltà è un valore generale
che non può essere considerato appannaggio della destra. Se la
destra lo sfrutta è perché la sinistra lo ha dimenticato, ma non
va visto in chiave nazionalistica, ma in chiave di accoglienza,
di inclusione e di unità”. A dirlo è Paolo D’Achille, il nuovo
presidente della Crusca, il primo romano a guidare la storica
Accademia fiorentina custode della lingua italiana: “Sono
onorato ma non rinuncerò a tifare Roma per la Fiorentina”
scherza. Succede a Carlo Marazzini, in carica per tre mandati,
dal 2014.
Per D’Achille “questo governo sembra essere più sensibile sul
tema della difesa della lingua, i governi precedenti dovrebbero
riflettere sul fatto di non aver fatto abbastanza”. Ma la
proposta che introduce sanzioni per chi usa parole inglesi nella
pubblica amministrazione a suo giudizio non è necessaria. “Per
limitare l’uso dell’inglese non servono multe né nuovi
provvedimenti legislativi – dice – bastano linee guida e
iniziative di promozione dell’italiano: la Crusca è pronta a
collaborare con i ministeri per fornire consulenza”.
Ben venga quindi una maggior tutela dell’italiano del
passato, ma senza demonizzare l’evolversi della lingua. “In
Francia e in Spagna c’è una maggior difesa della lingua
nazionale, anche per una storia di unità del Paese più lunga. In
Italia qualcosa di più si potrebbe fare. A mio parere la
politica potrebbe parlare meno inglese: le leggi non si scrivono
in inglese, ma quando vengono diffuse si parla di Jobs Act, di
Green Pass e di Stepchild Adoption La Crusca ha spesso suggerito
alternative, ma la politica è stata sorda”.
Quanto al linguaggio di genere, l’Accademia si era già
espressa suggerendo, ricorda D’Achille, di “evitare asterischi e
schwa, di ammettere i nomi delle cariche al femminile e
accettare un maschile grammaticale plurale inclusivo purché non
marcato in senso maschilista”. Sulle cariche al femminile, però,
c’è il caso di Giorgia Meloni che vuole essere chiamata ‘il
presidente del Consiglio dei ministri’. “Penso che tutte le
volte che c’è una prima volta – spiega D’Achille – lì il
femminile fa fatica a essere accettato anche da chi ricopre il
ruolo, perché si pensa che il femminile sia riduttivo. È
accaduta la stessa cosa con la prima donna a ricoprire
l’incarico di rettore. Quanto più le donne arrivano a queste
cariche tanto più il nome al femminile diventa normale. Ma
ricordiamoci che non basta il genere per cambiare il maschilismo
della società”.
Infine sul linguaggio dei social e dei giovani il neo
presidente non è preoccupato. “Nasce dalla voglia di
riconoscersi come tali e di escludere gli adulti. Le parole
giovanili hanno spesso vita breve perché i nuovi giovani le
cambieranno di nuovo. Non mi preoccupano le parole nuove, ma
piuttosto le strutture grammaticali provenienti dai calchi
inglesi che si introducono nella lingua in modo surrettizio.
L’importante, alla fine, è che i giovani siano in grado di usare
l’italiano corretto nei contesti che lo richiedono”. Usando, per
esempio, il congiuntivo che nonostante tutto ancora sopravvive.
“La morte del congiuntivo fu indicata per la prima volta negli
anni ’60, a quest’ora dovrebbe essere putrefatto, invece resiste
ancora, meno usato nei contesti informali, ma lo scritto ne ha
bisogno e lì resiste”. (ANSA).