Fra i lasciti del Covid, spiega lo scienziato, presidente di Fondazione Humanitas per la ricerca, “di negativo c’è il Long Covid che rappresenta un carico notevole per chi ne soffre e per il nostro sistema sanitario chiamato a fornire assistenza. Ma a preoccuparmi – sottolinea – sono soprattutto il milione e mezzo di mammografie non eseguite, così com’è stato per molti altri screening tumorali e non solo, che rischiano di pesare gravemente in futuro. E non da ultimo il peggioramento degli stili di vita“. Perché i lockdown, “pur indispensabili nella prima fase pre-vaccini della pandemia, hanno finito per accentuare cattive abitudini che erano comunque già consolidate“, per esempio la dieta scorretta e la sedentarietà. “L’Italia – evidenzia Mantovani – è tra i tre Paesi peggiori d’Europa per numero di bambini obesi o in sovrappeso, e altrettanto dicasi per la percentuale di chi fa esercizio fisico. Nei tessuti grassi non ci sono solo le cellule adipose, ma anche quelle del nostro sistema immunitario che nell’eccesso di adipe – avverte l’esperto – sono completamente disorientate e contribuiscono al rischio di sviluppare cancro e malattie cardiovascolari. Puntiamo sui vaccini per prevenire i tumori, ma un ambiente pulito, sana alimentazione con 5 dosi di frutta e verdura fresche al giorno, più 30 minuti di esercizio fisico, possono già fare molto. Basti pensare che senza il fumo il cancro al polmone, oggi un big killer, sarebbe una malattia rara“.
Dal coronavirus pandemico arriva però anche un’eredità buona. “Ci sono almeno tre risvolti positivi“, precisa Mantovani. “Il primo è costituito dalla spinta verso la collaborazione della comunità scientifica, mai così aperta, favorendo il lavoro di équipe tra medici e professionisti sanitari. Il secondo aspetto è l’impulso dato alla ricerca“, che ha bruciato le tappe “come dimostrano i vaccini anti-Covid. Terzo aspetto la tecnologia a Rna messaggero, che si è rivelata potente e flessibile aprendo alla possibilità di vincere sfide, come la lotta ad alcuni tumori, nelle quali fino a ieri avevamo fallito”.
“La prima linea di difesa del nostro organismo – ricorda Mantovani – è quella che chiamiamo dell’immunità innata, che affronta la maggioranza degli incontri con gli agenti patogeni malintenzionati e che è composta da cellule specializzate nel divorare gli aggressori e dotate di antenne in grado poi di neutralizzarli”. Ma “al fianco di queste cellule esistono anche degli anticorpi primitivi, molecole che, una volta prodotte contro un patogeno, svolgono un ruolo di primo piano nel combattere le infezioni riconoscendo l’intruso, segnalandolo e ostacolandone l’azione. Inoltre, la prima linea di difesa coordina la riparazione dei tessuti. Dopo grandi traumi, o come abbiamo imparato anche con le forme gravi di Covid-19, la guerra che il sistema immunitario scatena contro virus, funghi e batteri, come ogni conflitto lascia dietro sé molti danni”.
Qual è il potenziale di queste scoperte per medici e pazienti? “Già oggi – risponde lo scienziato – le molecole dell’immunità innata sono usate in clinica come indicatori diagnostici e prognostici di infiammazione. Il loro livello nel sangue permette ad esempio di misurare lo stato infiammatorio e di prevedere l’evoluzione della malattia. Ma serviranno anche per ottenere vaccini più efficaci, perché l’attività dell’immunità innata, messa in moto ad esempio dalle nanoparticelle che veicolano Spike”, la proteina con cui Sars-CoV-2 attacca le cellule bersaglio, “è fondamentale per far partire la produzione di anticorpi contro Spike stessa”. Ancora, “parte di queste molecole sono in fase di sperimentazione per combattere alcuni tipi di cancro. In un paziente oncologico abbiamo una prima linea della nostra difesa immunitaria che si comporta un po’ come se fosse composta da guardiani corrotti. Diciamo che le molecole dell’immunità innata hanno come obiettivo quello di rieducarli a fare il loro dovere. Ma ci sono anche altri campi di ricerca molto attivi – puntualizza Mantovani – ad esempio le ricerche di cui sono stato parte per identificare i modi di comunicare del sistema immunitario che è fondato sul dialogo. Studiando le citochine, ossia le ‘parole molecolari’ del sistema immunitario, possiamo bloccare quelle sbagliate e controllare malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide”.
La tecnologia alla base dei vaccini che hanno fatto la differenza contro la pandemia di Covid-19, “si è rivelata potente e flessibile aprendo alla possibilità di vincere sfide, come la lotta ad alcuni tumori, nelle quali fino a ieri avevamo fallito”. Però “non aspettiamoci miracoli”, perché “un vaccino universale contro il cancro non è all’orizzonte” precisa l’immunologo. “Per ora – ricorda lo scienziato – risultati incoraggianti da un punto di vista clinico si sono ottenuti contro un tumore particolare come il melanoma e qualcosa si è visto anche sul cancro del colon retto. Ci auguriamo di avere vaccini terapeutici mirati contro diversi tipi di tumori, a Rna messaggero o di tipo tradizionale. Non dimentichiamoci – sottolinea infatti lo specialista – dell’importanza dei due vaccini preventivi contro il cancro che abbiamo già: quelli contro epatite B e Papillomavirus” umano Hpv. “Ma il futuro è già presente”, considerando che proprio nei giorni scorsi l’Agenzia europea del farmaco “Ema ha approvato per gli over 65 un vaccino contro il virus respiratorio sinciziale” Rsv “che colpisce soprattutto i più piccoli e gli anziani. Un traguardo che – osserva Mantovani – rincorrevamo da mezzo secolo”.
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