Il suo nome è stato diffuso dal Ministro dell’interno, Kamel Fekih, il quale spiega che l’azione è stata pianificata ma non rivela ancora il movente che ha spinto l’uomo, agente della sicurezza in servizio presso la base navale di Aghir, ad uccidere due pellegrini ebrei e tre agenti della guardia nazionale tunisina, oltre a ferire altre otto persone.
Secondo la ricostruzione ufficiale, l’aggressore, prima di attaccare la sinagoga, ha ucciso un collega e si è impossessato delle sue armi e munizioni. Arrivato al tempio, ha iniziato a sparare sugli agenti della sicurezza, che hanno risposto al fuoco uccidendolo 120 secondi dopo l’inizio del conflitto a fuoco.
Fekih ha definito l’episodio un “codardo atto criminale”, senza mai usare la parola “terrorismo”. Ha anche detto che Khazri si è mosso ed ha agito con l’obiettivo di fare il maggior numero possibile di vittime.
Le ipotesi ufficiali sul movente restano tuttavia ancora ignote. Non è chiaro, in particolare, se l’uomo avesse legami con gruppi estremisti antisemiti. Ma appare ormai evidente che il lavoro investigativo sia concentrato sull’odio per motivi religiosi, pista peraltro rafforzata dal forte valore simbolico della sinagoga di Ghriba, uno dei più antichi templi ebraici al mondo, da secoli meta di pellegrinaggio, già colpita nel 2002 da un camion bomba di Al Qaeda, che provocò 21 morti.
Del resto, le stesse parole del ministro dell’interno, che richiama i servizi di sicurezza “a vigilare contro ogni tentativo di destabilizzare il paese”, lasciano intendere quanto le autorità tunisine siano preoccupate dalla possibilità che l’attacco di Djerba sia qualcosa di più che l’azione isolata di uno squilibrato.
Il presidente Kais Saied ha convocato una riunione urgente del Consiglio di sicurezza nazionale. “Voglio rassicurare i tunisini e il mondo intero – ha dichiarato Saied – che la Tunisia resterà al sicuro, nonostante tutto ciò che questi criminali tentano di fare per destabilizzarla”.
Il partito islamico tunisino Ennhadha condanna l’episodio, definendolo “vile e infido”: esprime “condoglianze alle famiglie delle vittime e l’augurio di pronta guarigione ai feriti”, poi fa appello al “rafforzamento dei valori di convivenza e solidarietà contro le minacce alla Tunisia e al suo popolo”.
Le vittime civili sono due cugini: Aviel Haddad, 30 anni, cittadino tunisino e israeliano, e Benjamin Haddad, 42 anni, francese. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso profondo dispiacere e cordoglio per la morte di “due membri del nostro popolo”. Il ministro israeliano per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, sostiene che “l’incidente è stato preceduto da un periodo di tensione e molestie contro la comunità ebraica” di Djerba. Il governo francese esprime “profonda tristezza” per l’attacco, promettendo “sostegno alla Tunisia nella lotta contro l’antisemitismo e ogni forma di fanatismo”, mentre la procura nazionale antiterrorismo di Parigi ha aperto un’inchiesta. Il Congresso Ebraico Europeo si dice scosso e indignato: “Gli attacchi terroristici continuano a prendere di mira gli ebrei di tutto il mondo anche quando sono riuniti in preghiera” ha detto il presidente del Congresso, Ariel Muzicant.
Perez Trabelsi, presidente del Comitato per la sinagoga di Ghriba, che si trovava nel tempio al momento dell’attentato, sostiene che l’attacco è stato perpetrato da persone che “desiderano fare del male alla Tunisia”. Trabelsi ha aggiunto che “Quest’anno circa 6000 fedeli sono venuti a Djerba, in pellegrinaggio, da Stati Uniti, Canada, Australia ed Europa”.
Gli ebrei si insediarono a Djerba sin dal 586 avanti Cristo: i primi arrivarono portando con loro una pietra dall’antico tempio di Gerusalemme, distrutto dai babilonesi. Questa pietra è conservata in una cripta della sinagoga di Ghriba, costruita nello stesso periodo, dove donne e bambini ancora oggi, nel 33mo giorno di Pasqua, portano in offerta uova su cui sono disegnati messaggi augurali.
L’isola tunisina ospita la più numerosa popolazione ebraica del Nord Africa: attualmente sono circa 1500 persone, ma all’inizio degli anni ’60 erano più di centomila, molti dei quali abbandonarono Djerba a causa delle politiche adottate dal governo tunisino contro gli imprenditori ebrei dopo la guerra del 1967 tra Israele e i paesi arabi confinanti.
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