Milioni di elettori si sono recati alle urne per un voto segnato dal rifiuto del primo ministro in carica, Prayut Chan-O-Cha, salito al potere dopo un colpo di Stato nel 2014, poi legittimato nel 2019 da elezioni controverse.
In base allo spoglio delle schede nel 97% dei seggi elettorali, Move Forward è arrivato primo con oltre 13,5 milioni di voti (su 52 milioni di elettori). Alle sue spalle, il partito di opposizione Pheu Thai di Paetongtarn Shinawatra, figlia dell’ex primo ministro in esilio Thaksin Shinawatra, ha ricevuto 10,3 milioni di voti. L’ex generale Prayut Chan-O-Cha, sotto la bandiera del partito United Thai Nation (UTN), è arrivato terzo con 4,5 milioni di voti.
In serata, la commissione elettorale ha dato a Move Forward (113 deputati) un leggero vantaggio su Pheu Thai (112) nelle 400 circoscrizioni in gioco. Gli altri 100 deputati sono eletti con il sistema della rappresentanza proporzionale.
Si prevedono settimane di negoziazioni dietro le quinte per i voti dei 250 senatori nominati dall’esercito, imprescindibili per arrivare all’elezione del premier a Camere riunite. Già nel 2019 quei voti consentirono a Prayuth di costruire una coalizione con svariati partiti minori escludendo il Puea Thai, all’epoca primo partito.
La volontà di riforme della popolazione è però ora talmente maggioritaria che escludere i due partiti più popolari sarebbe un clamoroso schiaffo alla democrazia, anche in un Paese dove disuguaglianze e soprusi dell’establishment sono tradizionalmente accolti con passività. Non va però sottovalutata la volontà di rimanere influente a ogni costo dell’élite monarchica abituata a comandare, che vede l’emergere del Move Forward come una minaccia esistenziale: il partito chiede infatti di limitare l’influenza dell’esercito e persino di riformare la legge di lesa maestà, usata per punire gli attivisti democratici in un Paese in cui il re è considerato semi-divino.
Per uscire da questa contrapposizione tra due campi, potrebbe emergere anche un governo di coalizione ibrido. Già in campagna elettorale si ventilava l’ipotesi di un accordo tra Thaksin e importanti esponenti del governo uscente (in particolare l’ex generale Prawit, grande manovratore del Senato), che permetterebbe all’ex premier di rientrare dall’auto-esilio senza passare dal carcere per scontare una condanna risalente al 2008.
Per vent’anni è stato lui la nemesi dei conservatori, timorosi di essere rimpiazzati dal suo campo negli apparati di potere. Ma il fatto che tra le nuove generazioni e nella capitale spopoli il Move Forward, con le sue richieste radicali, potrebbe convincere l’élite che il 73enne Thaksin, tra i due, sia ormai il male minore.
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