ANGELO CAROLI
Addio, campione! Gaetano Scirea ci lascia in un mare di stupefatto dolore. Non è tornato dal suo ultimo viaggio di lavoro, una fuggitiva comparsa in Polonia per osservare i prossimi avversari della sua Juventus in Uefa. Un attimo sconvolgente e tragico, un’auto che prende fuoco dopo l’urto con un furgoncino e Gaetano si accomiata per sempre dalla moglie Mariella e dal figlio Riccardo abbandonandoli nell’incredula costernazione. E attorno ai parenti si stringono commossi e affranti il mondo dello sport e la Juventus, la seconda famiglia cui si era unito, dal 1974, con una dedizione totale.
Nel momento di piangere e celebrare il campione e l’uomo non è possibile trattenere le lacrime. Non c’entra soltanto la professione, il dovere in questo frangente ci spinge a ricordare innanzitutto l’amico. Era il ragazzo della porta accanto, al quale ci si sente istintivamente legati e al quale si da immediata fiducia, un uomo buono e accomodante, dolce e docile, onesto e umile fino al paradosso, nonostante la professione gli avesse costruito attorno una celebrità sconfinata. Non esiste un personaggio amato come lui, al punto che perfino i più accesi rivali municipali oggi lo ricordano con affettuoso rispetto.
Conosciamo Gaetano Scirea nella primavera del 1974. Militava nell’Atalanta. Era stato un incontro del dopopartita, uno scambio di poche parole, si leggeva una misura lucida in ogni sua frase. E Gaetano era come trafitto da indefinibile mestizia, poiché anche davanti all’elogio iperbolico sorrideva appena, con un garbo che aveva il sapore irrecuperabile di uno stile d’altri tempi. Gli dicemmo che aveva disputato un match stupendo. Abbassò gli occhi, fissando un punto imprecisato del pavimento e arrossì, come fanno i bambini che vivono negli incantesimi.
Come e facile cadere nella retorica quando si parla di Scirea! La verità è che con lui se n’è andato realmente il migliore, nel senso di sintesi di uomo-atleta, Aveva appeso le scarpe al famoso chiodo da un anno ed era rimasto nel cuore dei tifosi, dei critici, degli avversari. La sua sembrava un’eterna sfida al codice di comportamento. Ed era un esempio per i giovani, i campioni del futuro, i quali non soltanto ne imitavano le delizie stilistiche, ma ne ammiravano ogni tipo di approccio con la professione. Ed è anche per tale motivo che Gaetano riusciva a incutere rispetto e ammirazione in tutti.
Un episodio ci è caro ricordare e riguarda i Mondiali svoltisi in Argentina, nel 1978. Mar del Plata, la sede dei primi due turni eliminatori dell’Italia, era fustigata da raffiche di vento gelide, nonostante l’inverno australe non fosse particolarmente rigido, L’Italia aveva appena battuto la Francia e l’Ungheria, in rapida successione. Gli argentini, che in quanto al calcio hanno palato fino, gli avevano riconosciuto ampi meriti tecnici. Eravamo con Gaetano, seduti al bar dell’hotel che ospitava la comitiva azzurra, nell’ora dell’aperitivo. Gli dicemmo che era un libero che giocava con la marsina e gli chiedemmo se era d’accordo sul fatto che fosse il più forte del mondo nel ruolo. Abbassò gli occhi. Come quella volta a Bergamo, e ammise: «È vero, hai ragione».
Restammo stupefatti, ci saremmo aspettati un atteggiamento diverso, uno schermirsi discreto, come la sua natura gli aveva sempre consigliato. Poi capimmo che Gaetano, serio e onesto fino all’esasperazione, non poteva mentire a se stesso. Si era limitato a prendere atto della verità.
Una volta sola lo vedemmo irritato, nella stagione 1986-87. La Juventus giocava a Pisa e alla fine del primo tempo pareggiava dopo aver fallito due clamorose opportunità. Gaetano, seduto in tribuna a due passi da noi, si lasciò scappare, sollevando le braccia al cielo, questa frase: «Non si possono sbagliare goal così facili».
Fu questione di un attimo, poi riacquistò lo stile del gentleman e aggiunse: «Comunque, vinceremo». La sua previsione, dettata da logica e da amore, si rivelò indovinata.
I successi, tutto ciò che calcisticamente era possibile conquistare, lo incoronano atleta inimitabile. Il comportamento, sul campo e nella vita privata, lo eleggono a uomo esemplare. E oggi, in silenzio, non ci resta che piangerlo con l’animo gonfio di un dolore senza limite.
VLADIMIRO CAMINITI
Tutto passa, è un’amara storia. Ci riguarda tutti, nessuno escluso. Cera una volta Scirea. Il paese nomato Italia viveva certi momentacci e tra le pochissime realtà consolatrici la Juventus di Gaetano Scirea, impegnata a vincere in tutto il mondo. Ma non soltanto lui. Anche di Zoff e Gentile. Furino e Tardelli, Boninsegna e Bettega, Cabrini e Causio. Ma questa volta vogliamo limitare l’occhiata, fermarci sul giocatore libero di ruolo, libero in tutto, Gaetano Scirea di Cernusco sul Naviglio. Gli statistici diranno nei secoli dei secoli: chi ha mai più vinto come e quanto Scirea? Vediamo intanto il come.
Mi rivedo all’Hindu Club, in Argentina. Soldatini tenebrosi marciavano, saracinesche venivano improvvisamente abbassate in pieno giorno in Avenida Centrale nella venturosa Buenos Aires, ma gli azzurri di Enzo Bearzot null’altro vedevano che una distesa sterminata di prati verdi. Un vecchione michelangiolesco veniva presentato da Gigetto Peronace agli azzurri. Qualcuno non ne aveva mai sentito parlare. Quell’uomo antico era Luisito Monti il centromediano che cammina.
E Scirea? In quell’incipiente estate, co si piena d’incubi per le dolorose vicende politiche legate al sequestro di Moro e al suo martirio, Gaetano Scirea, classe 1953, aveva venticinque anni appena compiuti, e appariva ancora timido, irresoluto, di poche parole, fin troppo rispettoso di uomini e cose. Era fatto cosi, inseparabile dall’infrangibile portierone di tutti i primati, Dino Zoff.
Fui io ad andare all’assedio della roccaforte, tirandomi dietro i colleghi reticenti. Il dubbio era semplice: ma questa signor Scirea parla? Fino a quel momento lo si era sentito mugugnare o al massimo lo si era visto sorridere. Il calciatore vero, tanto più lombardo, anche “furlan” per questo, ha sempre prediletto la linea dei fatti a quella delle parole.
Mi ricordo sì del primo Scirea, era timido perché era orgoglioso. Riteneva fosse perfettamente superfluo parlare e respingeva al mittente tutti i dubbi e perplessità che la stampa soprattutto milanese, già preferendogli almeno altri tre liberi, nutriva sul suo conto. Fu cosi che riuscii a farlo sfogare, Scirea finalmente parla: «Non sono debole nel gioco di testa, ho il mio gioco, dipendo come tutti anch’io dalla squadra».
Avvenne al Mundial di Argentina l’esplosione tecnica di Scirea libero. Nasceva il ruolo di libero, inventato da Scirea. Quante volte l’ho scritto, vogliamo ripeterlo?
Prima di lui il libero era mezzo ruolo, per tappabuchi predestinati, per campioni alla frutta, per assi acciaccati, per nulla tenenti della fantasia. Fecero eccezione di uomini grandi come Picchi che costruirono il ruolo su se stessi, sulle proprie ossa e sul proprio cuore. Ma oramai il libero doveva entrare stabilmente nel gioco, partecipare alla manovra, non limitarsi a rompere. E Scirea faceva molto di più. Avanzava, inserendosi in ogni reparto con naturalezza; a seconda della posizione che andava prendendo sul campo era “half” o interno o attaccante. E che splendidi goal andava a segnare!
La Nazionale finì quarta ma era nato un campione nuovo, era arrivato il più grande libero del mondo. Un altro come Franz Beckenbauer il superbo, Gaetano Scirea di Cernusco sul Naviglio. Ma non superbo, timido. Di una rara timidezza, come certi cieli della sua terra, uno che non la manda mai a dire, se la tiene dentro. Ha sposato una bella ragazza. Ha ideali semplici. È un arcade, è Gaetano Scirea.
Ora può andare a vincere tutto quello che c’e da vincere. La “Nazionalsentimental” di Bearzot vive i suoi anni fulgidi. Non si sa cosa aspetti all’angolo domani, non si può mai sapere. Consapevolmente e inconsapevolmente, Bearzot il “furlan” ha messo insieme un gruppo bellissimo. E sono anni guerreggianti nel calcio, in cui anche la Juve vince tutto quello che ancora manca al suo palmares, per i posteri, per se stessa; e Scirea va a dare ripetute prove di regia retrorsa, di goal di volo belli e puntuali.
Ha inventato il ruolo. La Juve di Zoff, di Cabrini e Gentile, di Tardelli e Furino, di Brady e poi di Platini, di Boninsegna e poi di Paolo Rossi, è la sua Juve, specialmente la sua Juve, di questo giocatore araldico che conosce i tesori del silenzio, che sa applicarsi nel lavoro e rifugge da ogni atteggiamento demagogico.
Oggi è facile dire che il giocatore è cresciuto e una volta era ignorante. Sara pur vero, ma oggi è spesso arrogante, la cultura non lo ha fatto crescere. Quando era primitivo era anche creativo. Io direi che uno come Scirea fa tabula rasa di tutti i pregiudizi sul calciatore. È un desso che si impegna a fondo nella vita quotidiana per essere la stessa persona che è in campo; quando non arriva su un pallone è perché proprio non ce l’ha fatta a raggiungerlo. Il miglior discorso tattico della Juve, come della Nazionale, nasce dal suo piazzamento e dalla sua imbeccata. In Espaňa un’edizione che si fa strategia, gioca alla grande in ogni zona di campo.
È un uomo aggiunto alla manovra che sa colpire al momento giusto. E gli anni passano. E qualche filino grigio compare nelle tempie del nostro uomo. Una volta a Cagliari lo vedo giocare male e lo scrivo. Allo Sporting, un giorno, me lo rimprovera.
Caro Scirea, hai dato al calcio il meglio di te stesso con esecuzioni esemplari di un gioco che apparteneva alle tue serene albe, ai tuoi sogni discreti.
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