La contesa nel cuore dei Balcani: da ventiquattro anni sull’orlo di un nuovo conflitto
ZVECAN (Kosovo) – A sette giorni dalle prime macchine della polizia date alle fiamme, la protesta serba ha assunto l’aspetto di una sagra nazionalista.
Nei pressi del filo spinato che impacchetta il municipio vuoto di Zvecan hanno sistemato tendoni rossi da dehors, sedie e cassapanche, tavolini di plastica e bottiglie di odorosa sljiva alla prugna. Il ragazzo che traffica dietro a un raffazzonato dj-set mette a tutto volume inni patriottici, le signore di mezza età fumano accanto al murale di Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, i vecchi di Zvecan aspettano di capire chi, tra loro e il premier kosovaro Albin Kurti, cederà per primo. Dove sono gli incappucciati che lunedì scorso hanno assaltato gli alpini del contingente Kfor? Dove sono nascoste le molotov?
Non è questa gente, arrabbiata con gli albanesi tanto quanto coi politici di Lista Serba teleguidati da Belgrado, ad aver sparato a tre soldati della Nato. Non sono loro ad aver lanciato bombe carta riempite di pezzi di ferro. I volti più truci sono spariti, ma non se ne sono veramente andati. Stanno alla larga, guardano. Così come rimane nell’aria il sospetto che la Russia non sia soltanto un’osservatrice interessata alla destabilizzazione, ma in Kosovo abbia infiltrati sul terreno.
Kurti ha fatto nomi e cognomi di quella che chiama, senza sfumature, “milizia fascista”. Nella seduta straordinaria del Parlamento, durante la quale è stato attaccato dall’opposizione per la linea di intransigenza che sta irritando gli Stati Uniti e gli alleati europei (gli inviati speciali di Ue e Usa saranno in missione a Belgrado e a Pristina il 5 e il 6 giugno), il premier ha citato trentatré persone.
“Sono i principali promotori delle rivolte nel Nord, organizzate da una formazione illegale chiamata ‘Difesa civica’ insieme con gli ex poliziotti serbi kosovari che si erano dimessi”. Lo scorso novembre il primo a togliersi la divisa era stato Aleksandar Filipovic, ex commissario capo della regione settentrionale, un gesto gli è valso la medaglia al valore appuntatagli al petto dal presidente serbo Alexandar Vucic in persona. “Filipovic è a capo della falange degli incappucciati”, sostiene Kurti, che ha visto e rivisto i filmati degli scontri di lunedì. “Filipovic ha anche pestato un serbo a Leposavic”.
Non tutti coloro che sono scesi nelle piazze delle tre municipalità a maggioranza serba per protestare contro l’insediamento dei sindaci di etnia albanese (Zvecan, Zubin Potok e Leposavic) hanno sul passaporto lo stemma del Kosovo: un video immortala Dragan Smigic, poliziotto in servizio a Rudare in Serbia, mentre sferra una manganellata contro la testuggine di scudi dei militari di Kfor. È serbo Sinisha Jevetic, veterano dell’esercito di Belgrado ai tempi di Milosevic, arrestato sul confine mentre cercava di raggiungere Zvecan. E, se ciò che sostiene il ministro degli Affari interni kosovaro non è un abbaglio, da queste parti si muovono anche i russi.
In un colloquio con Repubblica il ministro Xhelal Sveçla torna a parlare della Brigata Wagner, i mercenari fedeli a Vladimir Putin già dispiegati in Ucraina e in Africa. “La Wagner non ha mandato i soldati nel Nord del Kosovo questa volta, ma secondo elementi raccolti dalla nostra intelligence hanno inviato dei loro rappresentanti. Sono tra le frange criminali serbe”.
Wagneriani che avrebbero il compito di far arrivare un segnale di vicinanza ai rivoltosi e, potenzialmente, consigliarli sulle tattiche di guerriglia urbana. Questo della presenza dei miliziani russi nei Balcani è un tema ostico e dibattuto: i serbi la negano con forza, gli albanesi invece la ritengono del tutto coerente con il piano egemonico di Mosca.
Per ora siamo alle informazioni di intelligence: non sono stati pubblicati video o foto che ne documentano l’operatività in Kosovo. Né provano qualcosa i due giovani che a Leposavic sono stati visti indossare le magliette della Wagner. “Non sono mercenari, sono due del posto, li conosciamo”, dice il ministro kosovaro.
Lunedì scorso a Zvecan c’erano pure gli hooligans. “Ultras della Stella Rossa di Belgrado”, ha specificato Kurti. Un gruppo a volto coperto indossava lo stesso tipo di berretto di Velijko Belivuk, il capobastone di una gang serba. “Non è vero, qui c’è solo gente locale, quali russi? Cosa dite?”, si innervosiscono sotto gli ombrelli del presidio. Ma oggi è la sagra del nazionalismo, si beve la grappa, ci sono le donne e gli anziani, c’è la musica. Quando arriverà l’ordine di scatenare il caos, torneranno quegli altri.
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