(di Paolo Petroni)
(ANSA) – ROMA, 26 GIU – LUCA RICCI, ”I PRIMAVERILI” (LA
NAVE DI TESEO, pp. 254 – 19,00 euro). ”La primavera è
trascorsa, ora possiamo farci deludere da tutto” è la frase che
conclude questa ultima parte della quadrilogia delle stagioni di
Luca Ricci, di cui erano già usciti ‘Gli autunnali, ‘Gli
estivi’, ‘Gli invernali’, e può esser letta sia in relazione
all’esistenza di ognuno e delle speranze di gioventù che non si
avvereranno, come in maniera più esemplare alla primavera che
trascorre l’io narrante, uno scrittore di mezz’età in crisi,
dopo un brillante esordio.
‘I primaverili’, con cui Ricci ha appena vinto la nona
edizione del Premio nazionale Città di Lugnano, sono personaggi
che cercano di sbocciare ma si scoprono invece destinati al
fallimento nella loro ansia di amore e di creazione artistica e
la stagione della rinascita si rivelerà illusoria. E, in
impotenza di azione per i pretesti più diversi, il personaggio
divaga e indaga, indica maestri, dall’ironia di Ennio Flaiano e
la sua Roma che tutto assorbe e stempera alla vitale rabbia di
Bianciaradi, sino alle intuizioni, all’indagare frammentario ma
”geniale e furbo” dei ”Discorsi amorosi” di Roland Barthes.
Ecco allora la tragicommedia del continuo comprare una
poltrona e poi cambiarla con una più costosa, alla ricerca di un
comodità esterna che spera gli permetta di stare a suo agio e
riprendere a scrivere, senza mai ovviamente trovarla. Del resto
ha anche la scusa che per vivere si trova costretto
continuamente a distrarsi, a scrivere altro, sceneggiature,
articoli e così via. Ed ecco, quasi allo stesso modo, il
perseguire un’amore nato tra i libri per comune passione, che al
di là di qualche bacio non riesce mai a concretizzarsi, perché è
lei, Simonetta, una libraia sfuggente che pensa, per vivere e
prolungare il desiderio, vero momento di tensione, si debba
essere ”una coppia bianca”. Nonostante questo, capita che il
protagonista si dica: ”E’ un fulgido sabato di fine maggio e
sono innamorato. Cosa chiedere di più?”. Basta allora
ricordarsi del burbero collega scrittore Alberto Gittani,
presente anche negli altri romanzi, che sottolinea: ”Detesto la
primavera, perché ci rende speranzosi”.
Una primavera che ha appunto la potenza e le illusioni del
desiderio, in fondo agitata nella sua ricerca malinconica,
ostinata e assieme cosciente dell’inutilità forse del vivere
stesso, vista la mancanza di un qualsivoglia approdo, anzi di
una serie di trappole disseminate lungo il cammino dei giorni e
dei rapporti convenzionali, tra una Fiera del libro, un premio
letterario e l’irritato sarcastico battibeccare con chi gli
offre una collaborazione giornalistica. E naturalmente
personaggi che in quella società culturale prosperano perché
recitano, attori capaci di ”sguazzare nel possibile”, o
direttori camaleontici buoni per tutte le situazioni. Un
inferno? Praticamente sì, il 13 giugno, che ogni capitoletto
porta una data, dal 21 marzo al 21 giugno, seduto su una scomoda
poltrona lo scrittore non scrive ma si inventa un viaggio
dantesco negli inferi letterari, tra ”critici imparziali”, che
è una contraddizione in termini (e si veda il divertente
Manualetto del recensore al 19 giugno), a festini ostinati della
Scuola Holden, autori lussuriosi incapaci di scrivere di sesso
(”E Philip Roth? Scherzi? Roth è in paradiso”), scrittori di
gialli, autori di libri sulle proprie malattie o bestselleristi
costretti in eterno a firmare copie e così via.
Ritratti amari e comici, ma senza che riescano a suscitare
nel protagonista vera rabbia, sentendo dire che ”tutta la vera
letteratura, non solo quella di Bianciardi, dovrebbe essere
letteratura della rabbia” da ”bischeri”, come direbbe lui,
che parlano per luoghi comuni, senza un guizzo di personalità,
di intelligenza. Così di giorno in giorno, di intenzione e
invenzione, tra ironia e malinconia scopriamo che Ricci,
attraverso il suo io narrante, con una lingua precisa e pulita,
ben ritmata, ci parla della delusione della letteratura oggi,
della sua impotenza al di là delle speranze che qualcuno vi
aveva messo. E davanti a un’antologia del ”Gruppo 2023 con gli
autori più rappresentativi di questi nostri tempi nefasti”, la
replica è: ”ma esistono tempi non nefasti?”, senza dimenticare
una nota autoironica: ”L’essere umano si sente vivo solo se ha
qualcosa di cui lamentarsi, qualcosa contro cui inveire”.
(ANSA).