Rivolte Francia, la colletta online per il poliziotto supera di cinque volte quella per la madre di Nahel
«Vedremo nelle prossime notti. Ma di certo ci saranno diverse conseguenze».
Quali?
«Molti di questi ragazzi saranno condannati, ma tanti sono minorenni e riusciranno a scampare alla giustizia. Poi ci sono le conseguenze politiche. Ad approfittare di questa situazione sarà Marine Le Pen, e questo è pressoché scritto. Il partito dell’ordine avanza: basta sentire la gente delle periferie cui hanno distrutto macchine e servizi. Inoltre, c’è una questione di immagine della Francia, che prossimamente ospiterà mondiale di rugby e Olimpiadi».
Un danno anche a livello internazionale?
«Assolutamente sì. Dopo esser stato indebolito in Francia dalla discussa riforma delle pensioni, il presidente Macron non esce bene da questa crisi nemmeno in Europa. Ha dovuto abbandonare il vertice europeo e annullare la visita in Germania».
Questo sembra un Paese lacerato, come dimostra anche la “battaglia” delle collette per le famiglie di Nahel e del poliziotto che lo ha ucciso, Florian M. Quest’ultimo ha ricevuto il quintuplo di donazioni.
«La Francia è un Paese sempre più diviso. Ma ci sono frammentazioni anche nelle periferie, dove molti giovani cercano di integrarsi, ma poi finiscono vittime della cultura del ghetto e dei trafficanti di droga. È un problema di coesione sociale, nazionale. Ma anche repubblicana. Il patto repubblicano in Francia è cruciale, ma ora i suoi simboli, come le stazioni di polizia, le scuole o le biblioteche, sono sotto attacco».
Perché? La media degli arrestati ha 17 anni, sono ancora più giovani dei precedenti disordini.
«È vero e credo sia a causa dei social network su cui passano tutto il tempo. Anche l’attacco contro i negozi di cellulari o scarpe è un simbolo della società del consumo cui loro sono molto attaccati. In ogni caso, io l’avevo fatto notare già nel 2021, in una indagine su 8mila giovani da 18 a 24 anni: rimangono enormi e irrisolti problemi nelle periferie. Ma la politica francese è cieca e nessun candidato presidenziale, a parte uno, mi ha ascoltato. Invece, già allora emersero molti dati preoccupanti e rivelatori».
Quali?
«Per il 20% di quei giovani nati in Francia da due genitori stranieri e per il 23% di quelli musulmani, questo resta un Paese razzista. Il 22% di tutti i giovani, anche nati da genitori francesi, sostenevano invece che la violenza fosse “giustificata per cause legittime”. Non solo. Per la metà di tutti quei giovani si poteva “esercitare violenza su deputati della République”, e la maggioranza non si riconosceva nell’offerta politica».
Quali le ragioni di questo fallimento?
«La classe politica francese non prende in considerazione le scienze sociali. Ma anche a scuola, i giovani delle periferie dicono di essere maltrattati. Le famiglie non riescono ad aiutarli. Il risultato è una situazione da anni esplosiva. Appena c’è un incidente, tutto si infiamma di nuovo».
Il razzismo di una parte della polizia, oltre al massimalismo dei loro sindacati, getta benzina sul fuoco.
«Sicuramente c’è razzismo tra gli agenti, ma soprattutto grande diffidenza nei confronti degli abitanti di queste banlieue e viceversa».
Quale futuro per queste generazioni di rivoltosi?
«Sono una minoranza, seppur molto attiva. Si sentono esclusi dal sistema, dalla Repubblica. Bisogna reintegrarli nella società, ma dubito che ciò arriverà nel prossimo futuro».
Ci sono molti giovani musulmani che protestano, anche in Belgio. È anche un problema di islamismo politico?
«La dimensione post-colonialista, per cui il passato non è passato, permane. L’islamismo politico gioca anche su questo per una minoranza di giovani musulmani: una identità radicalizzata che critica la République. La grande sfida è quello di ricostruire il patto repubblicano, anche nell’applicazione di Liberté, Égalité, Fraternité, per tutti».
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