L’arrivo di un “assolutista della libertà d’espressione” – come Elon Musk si è autodefinito – alla guida di Twitter, la piattaforma d’elezione di moltissimi giornalisti, poteva suscitare speranze solo in chi ignorava diverse cose.
In primo luogo il fatto che l’assoluta libertà di espressione non esiste: truffa, diffamazione, turbativa di mercato, ad esempio, non sono esercizi di libertà, ma crimini penalmente perseguibili (Musk peraltro ne ha commessi due, in termini di aule di tribunale: i tweet a vanvera su Tesla e il caso “pedo guy”; e sfiora anche il terzo – la Security and Exchange Commission americana indaga -, con l’annosa questione dell’AutoPilot installato sulle sue auto che non è un AutoPilot). È la “censura costitutiva”: in democrazia pone dei limiti a certe libertà rendendo così possibile la libertà (e i diritti) di tutti. Esempio: non sei libero di dire che il tuo unguento cura il cancro e venderlo se quello che dici non è vero. Sistema perfettibile, ma non aggirabile. E molto complicato da integrare nella governance non solo di Twitter, tra policy da applicare, algoritmi (e loro bias) da calibrare, normative internazionali da rispettare (o sfidare a colpi di team legali in nome di principi superiori).
La dichiarazione di Musk implicava anche che, fino a quel momento Twitter avesse, in qualche modo, operato deliberatamente contro la libertà d’espressione di singoli o gruppi. L’accusa proveniva in particolare dalla destra americana che, però, un audit interno ha verificato essere semmai la parte che l’algoritmo favoriva. Infine erano pericolosamente sottovalutate le sfide tecnologiche connesse al corretto mantenimento e allo sviluppo della piattaforma – sempre che il piano di Musk non fosse fin dall’inizio quello di affondarla, come alcuni osservatori ritengono.
Le difficoltà di Twitter, dopo il taglio del 75% dello staff (annunciato, negato e poi eseguito da Musk in totale libertà d’espressione), ripetuti disservizi ampiamente previsti e due terzi del valore perduti in pochi mesi, sono emerse con nuove angolazioni, dopo che decine di migliaia di utenti si sono visti notificare un “raggiunto limite” di visualizzazioni dei tweet. Musk è quindi intervenuto per chiarire che le spunte blu (i profili ‘verificati’ che pagano una sottoscrizione) avrebbero avuto accesso a non più di 6000 tweet al giorno, i profili senza spunta a 600, i nuovi iscritti a 300. Una rapida successione di rettifiche ha successivamente aggiornato i limiti rispettivamente a 10.000, 1.000 e 500.
Il “chief twit” giustifica la misura “temporanea” come difesa contro “livelli estremi di scraping e manipolazioni di sistema” ai danni di Twitter. C’è chi ipotizza piuttosto bollette non pagate e perfino un attacco DDos autoinflitto. Il limite ai post che è possibile visualizzare si aggiunge ai tanti esperimenti di Musk per cercare di cambiare Twitter – non è chiaro in quale direzione: gloria o discarica – che hanno progressivamente impoverito l’esperienza di tutti gli utenti.
Ma per i giornalisti questo è un colpo potenzialmente decisivo. In tanti sono rimasti anche dopo lo svuotamento di senso delle spunte blu di verifica (che prima segnalavano, gratuitamente, i profili legittimi e rilevanti separando il grano dal loglio); la riabilitazione di cospirazionisti, razzisti, filonazisti, antisemiti, misogini, omofobi, etc.; il proliferare dei bot (che Musk aveva giurato di eliminare) e della disinformazione; l’azzeramento della moderazione dei contenuti (doxxing diffuso e cervelli sull’asfalto ad Allen, TX, per dire); le API diventate a pagamento (42.000 dollari al mese il piano più economico, che funziona male e già riserva importanti attività di data analysis solo ai portafogli più forniti, escludendo la maggior parte dei ricercatori e organizzazioni internazionali, meno facoltosi).
Il tetto di 1.000 tweet al giorno, che entrano nel computo anche se solo scrollati e non aperti, di fatto impedisce di seguire eventi in diretta, ricostruire le conversazioni, svolgere analisi complete. Pazienza se Musk ha promesso trasparenza e ha aumentato l’opacità (per esempio con il cherry picking sui ‘Twitter files’ o la poop emoji come risposta automatica alle email dei giornalisti), se invece del free speech ha servito censura (Turchia e Cina ringraziano), polarizzazione e minacce ai dipendenti a rischio leak, se ha personalmente favorito cospirazioni (con il Digital Services Act in arrivo ad agosto l’Europa chiede di fare meglio e non accetterà un no), ostacolato la libera concorrenza (Mastodon, Substack), messo ai voti le decisioni sulla sovranità di nazioni nemmeno sue (il sondaggio sui termini per un piano di pace in Ucraina), se ha finto di essere un deepfake, se ha imposto a tutti un feed zeppo di atrocità (For You), reso il login obbligatorio (seppellendo molti strumenti di open source intelligence) ed esibito mille altre “stravaganze” più o meno azzardate.
L’ultima trovata non è più un fastidio più o meno aggirabile, è un ostacolo con cui Musk rende impossibile a decine di migliaia di professionisti di svolgere come prima il proprio lavoro. Sono stati giornalisti e giornaliste di ogni nazionalità a creare negli anni il vero valore di Twitter come piccolo gigante rilevante e influente, generando e alimentando un ricco flusso di informazione disponibile in tempo reale per tutti in tutto il mondo. Il valore che Musk ha voluto possedere, e che ora non ci sarà più. Già una settimana dopo l’acquisizione di Twitter Musk aveva dichiarato guerra alla “elite dei media” con l’obiettivo di “elevare il citizen journalism”, ignorando però la cruciale differenza tra i due: il primo deve rispondere di quello che pubblica, l’altro no. Per i media la verità è un obbligo (disattenderlo ha delle conseguenze), per l’altro una semplice opzione.
Il diritto all’informazione dei cittadini è tutelato solo se chi nasconde o manipola la verità si assume la responsabilità di ciò che pubblica. Non ci sarà molto altro a difenderci, tutti, dai volumi di disinformazione e rumore che gli alacri agenti del caos già sono pronti a distribuire in scala potenziata dall’intelligenza artificiale in ogni angolo della rete. Twitter non è mai stata una piattaforma perfetta, ma ha cercato di esserlo più di altre. Se il limite alle visualizzazioni non sarà “temporaneo” i giornalisti dovranno rassegnarsi finalmente a trovare altri canali, riconoscere che Twitter non è solo cambiato ma non esiste più (del resto ora si chiama X Corp.) e pronunciare l’addio che hanno iniziato a dire troppo tempo fa.
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