A dispetto di quanto ci si aspetterebbe da un bimbo dalla vita itinerante al seguito del padre ufficiale di carriera – PPP nacque a Bologna nel 1922, nel 1923 fu a Parma, nel ’24 a Conegliano, nel ’25 a Belluno, nel ’29 a Sacile appunto; e poi Cremona, Scandiano, Reggio Emilia e altre città – il piccolo Pier Paolo dai documenti scolastici risulta un bambino studiosissimo. I giudizi, come ricavato dall’ex preside Claudio Morotti, erano eccellenti in tutte le materie; paradossalmente tranne che in italiano. Al “lodevole” in religione, canto, disegno e bella scrittura, lettura espressiva e recitazione, aritmetica, nozioni varie, geografia e lavoro manuale, fa riscontro un più basso “buono” in lingua italiana (non è il “buono” di oggi nella scala dei voti attuali). Eppure, nel 1929-1930 e nel 1931-32 la passione per la poesia si era già manifestata: scriveva spesso versi illustrati con disegni custoditi in un quadernetto. Addirittura, all’esame di quinta fu rimandato proprio in italiano.
Poco male: più tardi Pasolini avrebbe perfezionato l’uso delle lingue passando dagli esordi poetici – in un friulano della zona a ovest del Tagliamento, a venti anni, nel 1942 – di “Poesie a Casarsa” pubblicato da un piccolo editore di Bologna, fino all’ottimo e lucido italiano dei saggi critici come “Scritti corsari” e i frequenti editoriali pubblicati sui quotidiani nazionali. Il giovane Pasolini puntava a scrivere in una lingua intatta, e se non esisteva tanto meglio, poteva inventarla lui: “Poesie a Casarsa” è composto in una lingua vergine, in parte inventata. Questa ambizione, non a caso, lo porterà a fondare nel 1945 l’Academiuta di lenga furlana. Poi, esploderà il pensatore, il regista, lo scrittore e la sua vita prenderà un’altra piega.