Era il 1976. Decide di riparare a Cuba dove resta qualche anno per poi iniziare a vagare in Europa, facendo lunghe tappe a Madrid. Qui denuncia gli orrori della dittatura che si è impiantata nel suo paese e segnala le prime scomparse degli oppositori che solo più tardi si trasformeranno nelle vittime del regime da questo sempre dichiarate “desaparecidos”, come fossero fantasmi che di loro spontanea volontà avevano deciso di fare perdere le loro tracce. Trentamila arrestati, inghiottiti nel pozzo nero dei sequestrati, fatti fuori tra torture e sevizie, gettati vivi nel vuoto dagli aerei degli sgherri della giunta militare che due volte a settimana prendevano il volo per liberarsi di testimoni scomodi. Un vero genocidio.
“Non sono un politico di professione”, aveva spiegato in un’intervista a El Pais, “sono una donna di sinistra, sostenitrice dei Diritti umani, che ritiene che l’America Latina debba affrancarsi dal dominio statunitense e che Cuba sia un faro per tutti i nostri popoli”. Discreta e riservata si era dedicata al suo lavoro di ricercatrice presso l’Università di Buenos Aires dove aveva perfezionato i suoi studi di architettura, la materia che continuava ad appassionarla. E’ stato proprio l’Institute of American art and Aeshtetic Research della facoltà di Architettura della Uba a dare la notizia della sua morte. Messaggi di cordoglio sono giunti da ogni parte del mondo: dalla stessa Cuba che la ricordava con affetto all’ex presidente della Bolivia Evo Morales che ha espresso il cordoglio per la sua scomparsa citandola come “sorella del nostro comandante e rivoluzionario storico Ernesto “Che” Guevara de la Serna”.
Del celebre rivoluzionario, Celia parlava sempre con rispetto, anche e soprattutto per il forte legame che li legava sin da piccoli. Ma evitava di restare prigioniera di un simbolo planetario. “Sono molto orgogliosa di essere la sorella del più grande leader rivoluzionario dell’America Latina”, concordò nella stessa intervista al quotidiano spagnolo. “Ma la vita è molto galoppante e non ci si può, né si vuole, limitarsi a coltivare un mito”.