VLADIMIRO CAMINITI
Combi; Rosetta e Caligaris; Barale, Varglien II e Bigatto; Munerati, Ferrero, Vojak, Testa e Cevenini III. È il campionato 1928–29 quello che avvicina la Juventus ai giorni della gloria. E Berto Caligaris arriva dalle campagne casalesi, figlio d’arte, poiché il padre era stato un grande giocatore di pallone elastico.
Ha esordito come portiere all’oratorio Sacro Cuore al Valentino, poi è stato spostato all’attacco e in difesa. Prima di diplomarsi ragioniere, aveva fatto parecchie apparizioni in pista di atletica, eccellendo nella corsa veloce e nel salto in alto.
Nel Casale si dimostra subito terzino da combattimento. Il modulo tattico in voga era il Metodo, senza marcature fisse, le partite erano spesso cruente con feriti e contusi gravi al suolo, i campi erano spesso affondanti e melmosi.
Berto a tredici anni, appoggiato alla rete di recinzione, piccolo, con il ciuffo sulla fronte e gli scuri cupi occhi, guardava questa squadra e sognava. Sognava quello che presto sarebbe stato realtà, di vivere di calcio, per il calcio. Perfino morire per il calcio.
Non si dà mai per vinto, dove c’è da conquistare il più difficile dei palloni c’è lui, il fazzoletto bianco sulla fronte.
Rosetta arriva perfino ad arrabbiarsi, gli suggerisce i piazzamenti, ma invano. Il più spiazzato dei difensori è lui, ma riesce sempre ad arrivare sul pallone. La corsa lo assorbe, il pallone lo seduce.
È un grande lottatore appartenente all’epopea di uno sport che andrà a rappresentare presto tattica e strategia, ma nel Casale ed anche nella Juventus, Caligaris sarà Caligaris, terzino che irriderà ad Aitken che pretendeva giocasse anche senza palla, come Rosetta.
In Nazionale è uno dei più longevi, vi esordisce il 15 gennaio 1922, al velodromo Sempione di Milano (3–3 con l’Austria), con i Morando, De Vecchi, Barbieri, Burlando, Leale, Migliavacca, Cevenini III, Moscardini, Santamaria, Forlivesi, non c’è neanche uno juventino in questa formazione. Figura in azzurro anche la Valenzana, con il portiere Morando.
L’11 febbraio 1934, al Benito Mussolini di Torino, Caligaris gioca per l’ultima volta in azzurro. È il Campionato del Mondo organizzato in Italia, che vinceremo. Dopo il trionfo con la Cecoslovacchia a Roma, quello sbandieratore inebriato, in testa agli azzurri, è lui.
Vivere per il calcio, perfino morire di calcio. Alle 15 e 30 del 19 ottobre 1940, gioca una partita tra vecchie glorie, subito dopo una colossale mangiata. Scattando alla sua maniera, gli cede il cuore. Rosetta è il primo a soccorrerlo.
Nella grande ombra nera, Berto già si rattrappisce sull’erba di Piazza d’Armi, con la sua bella maglia bianconera intrisa di sudore.
VITTORIO POZZODA “LA STAMPA” DEL 20 OTTOBRE 1940
Amava la squadra nazionale di un amore sviscerato: la maglia azzurra era l’ambizione della sua vita. Non ne faceva mistero.
I compagni lo conoscevano così bene che una volta, si era nel 1930, a Francoforte sul Meno, pregarono il Commissario Tecnico di fingere di lasciarlo fuori squadra, nel corso del rapporto del giorno precedente la gara.
A sentire enunciare un altro nome invece del suo, Caliga non fece sforzo alcuno per nascondere il suo dolore: impallidì e si appoggiò al tavolo come se tutto gli crollasse attorno. Ci volle la fragorosa risata dei colleghi per farlo ritornare in sé.
«Sì, scherzate, farabutti – fu la sua risposta – ma se domani ci sarà da lasciar la pelle sul campo, perché l’Italia vinca, vedrete chi vi saprà dare l’esempio».
Ha avuto un dolore, come giuocatore di squadra nazionale. Glie lo ho dato io. Quello di non aver potuto arrotondare a 60 il numero delle sue maglie azzurre.
Avrebbe dato non so cosa per allinearsi ancora una volta coi compagni, magari coi “cadetti”.
Gli avevo detto che ero disposto ad assecondarlo in tutto, ma che la squadra nazionale non era, secondo me, un campo in cui si potessero fare dei favori. Mi serbò il broncio per un anno e più.
Ma, anche non arrotondato, anche così come è, il suo primato rimane intatto, e ci vorranno degli anni prima che sia raggiunto e superato.
Un gladiatore fu Caligaris. L’energia e la volontà personificata. Il combattente nato. L’ambizione stessa che aveva di emergere, lo portava ad affrontare qualsiasi sacrificio, a fermamente volere, a correre qualunque rischio.
Sul campo era un trascinatore, colla parola e coll’esempio. I suoi lineamenti duri, angolosi, volitivi (il fronte sempre bendato da un fazzoletto) trovavano diretta corrispondenza nei suoi atteggiamenti sul campo.
Ambidestro, possedeva un rimando di una potenza spettacolosa. La specialità sua era il rinvio a forbiciata, per cui rimaneva un istante in aria come se stesse per spiccare il volo.
Veloce, sicuro di sé, deciso, non c’era avversario, per duro che fosse, che gli incutesse timore.
Formò, con Rosetta, nella Juventus, una coppia che fu una delle più complete e delle più classiche del calcio italiano.
Formò con Combi e con Rosetta, un’estrema difesa che, come intesa, come fermezza, come capacità intrinseca di giuoco rappresenta il più saldo blocco che sia mai stato prodotto da quella officina che è il campionato.
È morto sul campo, al suo vecchio posto di combattimento, come se di colpo avesse voluto tornare indietro di dieci anni.
È morto giocando in una formazione che proprio allineava: Combi, Rosetta, Caligaris, e che proprio vestiva la maglia bianconera, ha piegato il ginocchio dopo uno di quegli scatti pieni di generosità che lo portavano, ai suoi tempi, ad abbandonare, temporaneamente, la posizione di terzino per sostenere l’attacco e proiettare in avanti tutta la squadra.
Nella disadorna camera dell’Ospedale Militare, in cui lo abbiamo lasciato, Berto ha chiuso gli occhi colla maglia della Juventus indosso, in tenuta completa da giuocatore.
Addio, caro Caliga, compagno di tante lotte in difesa del nome d’Italia, atleta dal cuore grande e dai mezzi eccezionali.
Domani, più di un ciglio si inumidirà alla notizia di questa tua improvvisa dipartita.
Nessuno di coloro che hanno diviso con te le fatiche dello sport o che alle tue prodezze hanno assistito, ti dimenticherà, ne puoi star certo.
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