Il vicino assassino è un 48enne di nazionalità albanese. Ha colpito Mara Fait alla testa con un colpo di accetta, la stessa che usava per tagliare la legna. L’uomo si poi è costituito, si è presentato in caserma dai carabinieri e ha raccontato i fatti ai carabinieri.
Mara Fait, infermiera caposala in pensione per anni all’ospedale di Rovereto, stava camminando con la madre proprio sotto casa quando è stata aggredita a morte. I vicini raccontano che aveva già sporto denuncia per le offese ricevute. “Le aveva rotto anche il cellulare e rovinato la macchina”, dicono alcuni residenti nella via. Ma la ricostruzione di quanto è successo e di che cosa fosse sfociato tra i due ora è al vaglio degli inquirenti.
Sul posto fino a tarda notte i carabinieri di Rovereto e la scientifica, la Polizia di Stato, e i vigili del fuoco. Le indagini coordinate dalla pm Viviana Del Tedesco. Mara Fait lascia un figlio trentenne, sconvolta la madre anziana che era con lei ed è l’unica testimone dell’omicidio.
“La situazione era stata denunciata, ma nulla è stato fatto”. È l’accusa lanciata da Flavio Dalbosco e Rosa Rizzi, gli avvocati di Mara Fait, uccisa ieri sera a Rovereto dal vicino di casa, Shehi Zyba Ilir. “Nell’esprimere la nostra vicinanza e le nostre condoglianze al figlio ed all’anziana madre, per dovere di giustizia, dobbiamo segnalare che la signora Mara Fait è stata assassinata ieri a Rovereto in un contesto evidentissimo di stalking condominiale”, proseguono i legali che sottolineano come sia stato “negato il codice rosso”.
Lo scorso 15 marzo, la donna aveva denunciato che “ripercorreva gli accadimenti di anni di vessazioni, minacce e aggressioni in ambito condominiale subìte proprio da quel vicino che poi l’ha assassinata”. Aveva anche chiesto l’applicazione del codice rosso. Domanda archiviata, secondo gli avvocati, dopo 7 giorni, sostenendo che “è compromessa l’attendibilità complessiva della Fait in quanto la vicenda viene ricondotta in un più ampio teatro di contrasto di vicinato condominiale”.
“Nessuna indagine, prosegue la nota, nessuna audizione dei testi indicati e della denunziante, nessuna applicazione delle misure cautelari di protezione della vittima denunziante: eppure la denuncia era corredata da 19 documenti tra cui certificati del Pronto soccorso e da 11 testimoni dei fatti. Eppure Shehi Ziba Ilir era già stato condannato per fatti similari”.
Mara Fait ed i suoi familiari “erano terrorizzati dalla situazione, increduli che, pure avendo denunciato i fatti di reato, nessuno li aiutava né li proteggeva. I colloqui con il pubblico ministero sono stati vani e neppure la richiesta reiterata di protezione ha avuto effetto. Fait Mara è stata lasciata sola e terrorizzata con la vecchia madre affidata alla sua assistenza”, così i legali. “Le vittime devono essere protette ed aiutate con l’applicazione della legge, è disumano lasciare che una donna sia ammazzata quando la si poteva proteggere, disponendo degli strumenti per farlo”, concludono Dalbosco e Rizzi.
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