STEFANO DISCRETI, DAL LIBRO “I NOSTRI CAMPIONI”
In una testimonianza scritta rivelata al sottoscritto, mi raccontò questo episodio: «Era un periodo in cui mister Lippi mi faceva giocare mediano sulla destra, ruolo che non gradivo troppo. Fui intervistato proprio in quei giorni ed evidentemente il giornalista fu bravo a estrapolare questo mio leggero malumore. Sai come fanno poi i giornali. Il giorno dopo il titolo fu: “Conte: vinco ma non mi diverto”. Successivamente, al mio ingresso negli spogliatoi trovai, attaccato al mio armadietto, questo messaggio: “Se vuoi divertirti, vai all’Una Park”. All apostrofo una! Ti rendi conto che cosa provocò in me quella frase scritta da quell’ignorantone di Angelo? (scrivi pure ignorantone, tanto è in senso affettuoso). Ancor oggi, quando rincontro Di Livio, lo prendo in giro».
IL FRATELLO, DA “TUTTOSPORT” DEL 25 NOVEMBRE 2011
Antonio è un vincente, ha chiamato la figlia Vittoria perché non sa parlare di altro, sua moglie è una santa: prima o poi parlerà di tattica anche lei, Siamo una famiglia bianconera, papà fondò una squadra a Lecce e la chiamò Juventina. Antonio al tempo era già determinato, per lui non esistono ostacoli impossibili ma solo sfide da vincere e ora pensa a far vincere la Juve 24 ore al giorno. Cosa temiamo in famiglia? La prima sconfitta. Quando è capitato in passato da giocatore e da allenatore si nota il cambiamento di umore, diventa intrattabile, non esce di casa. Pensa e ripensa agli errori. Io reagii male quando nel 1991 Antonio andò alla Juve, A dieci anni mi veniva a mancare in casa il fratello maggiore. Mia madre? All’inizio era preoccupata ma poi ci pensò Boniperti che parlo anche con lei per velocizzare la trattativa visto che c’era anche la Roma su Antonio. Mio padre invece fu orgoglioso del passaggio in bianconero ma non se ne vantò mai, è sempre stato schivo.
Comincia l’avventura di Antonio sulla panchina bianconera. Questa volta il mercato è basato sulla “qualità”: arrivano Pirlo, Vucinić, Lichtsteiner e un semisconosciuto cileno, Arturo Vidal. E proprio il dover utilizzare il cileno e mettere Pirlo in condizione di esprimersi al meglio, “costringe” Conte ad abbandonare il suo amato 4-2-4 per un più produttivo 3-5-2. «Abbiamo lavorato due mesi su quel sistema di gioco, secondo me il più difficili da adottare. Poi, col passare dei giorni e degli allenamenti, mi sono convinto sempre di più che sarebbe stato un delitto non utilizzare insieme Pirlo, Vidal e Marchisio. Da qui ho studiato nuove soluzioni, senza abbandonare mai la nostra proposta di gioco».
Il trio difensivo è composto da Chiellini, Bonucci e Barzagli, la famosa BBC. Una specie di linea Maginot, quasi impossibile da superare. Gli attaccanti non segnano molto, ma ci pensano i centrocampisti (Marchisio in primis) e i difensori (lancio di Pirlo e gol di Lichtsteiner, vero leitmotiv della stagione) a riempire il tabellino delle realizzazioni. Ottimo anche il rendimento della panchina: Giaccherini, Padoin e il redivivo Cáceres non deludono mai quando chiamati in causa.
La Zebra non perde mai, anche se i pareggi sono tanti. «L’imbattibilità è qualcosa di straordinario, di impensabile. Adesso sappiamo che al massimo ci potranno raggiungere, mai superare».
Ma si batte due volte l’Inter, i campioni in carica del Milan allo Stadium e si rimonta in modo clamoroso la partita a Fuorigrotta. L’inseguimento al Diavolo è serrato ma i rossoneri cedono sul finale. E quando a Trieste, vincendo contro il Cagliari per 2-0, lo scudetto è cosa matematica, il pensiero dei tifosi non può non andare a chi ha provato ad affossare la Juve, all’anno in serie B e ai due settimi posti. «Ho avuto la fortuna di veder subito accettata la mia idea di calcio e la mia gestione del gruppo. Si trattava di tornare a giocare da grande squadra, non da provinciale. Dissi che, se proprio dovevamo perdere, era meglio che succedesse trafitti da un contropiede mentre attaccavamo, piuttosto che aspettare la fine difendendoci nella propria area. Ebbi la sensazione che i calciatori non aspettassero altro che sentire queste parole. La vittoria più importante è stata quella di Palermo, quando abbiamo sorpassato il Milan. Ho capito che potevamo arrivare fino alla fine, che avevamo rimesso l’osso in bocca. E che togliercelo sarebbe stata dura».
Si arriva anche in finale di Coppa Italia contro il Napoli, ma gli azzurri sono molto più motivati dei bianconeri e la partita non ha storia.
Conte, il condottiero, il martello, va all’assalto del bis e della Coppa dei Campioni. Per la prima volta, dopo 18 anni, in ritiro non c’è Ale Del Piero. Il capitano, infatti, non rientrando nei piani dell’allenatore leccese, emigra in Australia. Ritorna Giovinco dal prestito, arrivano dall’Udinese Isla e Asamoah. Ma il colpo grosso è costituito da un giovinotto francese, detto il Polpo. Paul Pogba è il suo nome e sarà lo spacca campionato. Si parte con la conquista della Supercoppa italiana a spese del Napoli, coi partenopei che non si presentano per la cerimonia di premiazione. Lo scudetto viene vinto in carrozza, mentre in Europa le cose non andranno così bene. Si battono i Blues allo Stadium, ma il Bayern elimina la Vecchia Signora con una doppia vittoria per 2-0. «Qualche problema all’inizio c’è stato. Anche se facevamo buoni risultati la squadra non esprimeva sempre i nostri concetti di gioco e abbiamo avuto anche fortuna in certi casi. Ma appena siamo rientrati nella giusta dimensione, abbiamo vinto uno scudetto a ritmi da record. In Champions abbiamo avuto la sfortuna di incontrare il Bayern nei quarti. In Europa è difficilissimo e alla vittoria finale devi arrivare per gradi, con pazienza, attraverso un progetto vincente e il nostro lo è».
Estate 2013: con l’arrivo di Fernando Llorente e Carlos Tevez, Conte cambia nuovamente volto alla squadra. La BBC è sempre sugli scudi, ma questa volta c’è un attaccante di razza in mezzo all’area. Ma è Carlitos che farà la differenza con una stagione strepitosa condita da 21 reti. Continua la crescita di Vidal che metterà insieme ben 18 realizzazioni, le stesse di Fernando. Ancora una Supercoppa italiana, con un roboante 4-0 in casa della Lazio. Ancora uno scudetto vinto, con tanto di record di punti (102) per il campionato a 20 squadre. «Il nostro obiettivo era vincere lo scudetto, ma dopo la certezza matematica abbiamo fatto di tutto per raggiungere questo incredibile traguardo», dice un raggiante Conte.
Purtroppo, le note dolenti arrivano dalla Coppa Campioni. La Juve non supera ai gironi anche a causa della sconfitta contro il Galatasaray, su un vergognoso campo arato dalle ruspe turche. Retrocessi in Europa League e sconfitti in semifinali contro il Benfica. L’impressione generale è che, per inseguire un effimero record, Conte abbia snobbato la competizione che avrebbe visto disputare la finale proprio allo Stadium.
E si arriva al triste epilogo. Dopo due giorni di ritiro Conte abbandona il ritiro e la Vecchia Signora. «Non si può mangiare in un ristorante da 100 euro con soli 10 euro i tasca», solo le rabbiose parole di commiato, in netto contrasto con la società, rea (a suo parere) di non mettergli a disposizione una squadra competitiva. Peccato che Allegri, il suo successore, con la stessa squadra sfiorerà la vittoria in Coppa Campioni, perdendo immeritatamente la finale contro il Barcellona.
Ma questa è tutta un’altra storia.
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