Mentre il sole scompare
dietro lo skyline rinascimentale di Pienza nella collina di
fronte, in Val d’Orcia, dentro le mura di Monticchiello si
accendono le luci sul palcoscenico in piazza per lo spettacolo
del Teatro Povero, giunto alla sua 54/ma stagione con la quale
sembra aver oramai sciolto i nodi in cui rischiava di perdersi
e, abbandonata un’eccessiva concettualità dalle complicate e pur
sorprendenti invenzioni visive, aver trovato una leggerezza e
consistenza drammaturgica, frutto del coordinamento affidato ai
registi Manfredi Rutelli e Giampiero Giglioni, dopo la scomparsa
della guida storica di questa manifestazione, Andrea Cresti.
Quest’anno il tema è il riscaldamento globale e il disastro
ecologico che sta vivendo il pianeta e si intitola ”Colòni” l’
autodramma, come lo definì Giorgio Strehler, della gente di
Monticchiello, ovvero lo spettacolo che nasce dalla elaborazione
collettiva degli abitanti del borgo, che si fanno autori tra la
discussione sul tema, i problemi della sua teatralizzazione e la
scrittura del testo sino a impegnarsi come attori per la sua
messinscena. Nascono così, anno dopo anno, lavori in cui il
passato contadino, il senso di una civiltà a misura d’uomo e
basata sulla vita comunitaria, si confronta con la forza dei
mutamenti contemporanei.
In un futuro non molto lontano i Montichiellesi, spinti dalla
oramai totale aridità dei loro campi, dove si trovano a stento
un po’ di fichi d’india, quindi dalla difficoltà di nutrirsi e
vivere sulla Terra divenuta assolutamente inospitale, tra afa e
tempeste, decidono di accogliere la possibilità offerta alle
comunità che lo desiderano di trasferirsi sulla Luna e
colonizzarne una parte, in questo caso il Cratere Montanari,
pagandosi però il razzo che dovrà portarli sul nostro satellite.
In apertura dello spettacolo si rievoca il 20 luglio 1969, il
giorno in cui l’uomo sbarcò per la prima volta sulla Luna, ma
che fu anche quello in cui a Monticchiello andò in scena il
primo autodramma, rievocazione della battaglia partigiana contro
i tedeschi alle porte del paese nell’aprile 1944. Si tratta di
due avvenimenti molto diversi ma che sembravano far nascere la
speranza di un futuro diverso. Un domani migliore per l’umanità
e così per gli abitanti del paesino senese che ritrovarono la
propria fiducia comunitaria e si misero in gioco riuscendo,
negli anni, a rivitalizzare Monticchiello e arrestarne lo
spopolamento, anzi invertirne la tendenza.
In scena quindi ecco le incertezze, le paure, la speranza
davanti all’ineluttabile, le diversità tra gli anziani legati al
proprio mondo che non sanno o non si rendono conto sino a che
punto dovranno lasciarsi davvero alle spalle e i giovani non
meno spaesati con le proprie illusioni e desideri di nuovo. Il
dramma quindi, col confronto anche con la Preparatrice, mandata
per guidarli al cambiamento e poi all’insediamento sulla Luna,
si fa inevitabilmente commedia, divertente e malinconica, sino a
che arriva il momento della partenza e Arturo si presenta con un
sacco da portarsi via con dentro terra di Monticchiello: ”La
terrà che ci ha fatto sudà, è vero, ma ci ha dato anche da
mangiare e lavoro. Terra in cui ci so’ tutte le storie che noi
s’è vissuto…. E io questa terra me la porto con me, certo!
Perché per me, questa terra… questa terra è il nostro
teatro”, ovvero la nostra storia individuale e comune assieme,
tanto che tutti lo seguiranno in questa scelta.
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